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Canto della mia nudità

“Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
Del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato…”

Canto della mia nudità – Antonia Pozzi

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Tazze

Forse ho soltanto bisogno di essere amata.
Nei tanti modi concreti, possibili ed improbabili.
Anche se sono così.
Scoordinata e scombinata.
Come un servizio da tea spaiato ed impolverato, scovato per caso dal rigattiere.

Balente

Auguri…

San Valentino è una festa commerciale?
Well.
Basta non comprar cioccolatini o cuoricinoserie.
Io sono la persona meno romantica del mondo, ma tutto questo livore non lo capisco.
E rende aridi.
Davvero.
Sapete che c’è?
Auguri.
Auguri a chi si sente amato.
Auguri a chi crede che qualcosa arriverà.
Auguri a chi ha il cuore pieno nonostante le batoste.
Auguri a chi si sente bello specchiandosi negli occhi di una persona speciale.
Auguri a chi si mette a cantare per non farci pensare.
Auguri a chi ci ha amato e non c’è più.
Auguri a chi sdrammatizza con un sorriso che ne vale mille.
Auguri a chi ha gli occhi rossi leggendo uno schermo, e dice che è solo stanchezza.
Auguri a chi crede di esser solo.
Auguri a chi ama.
Auguri a me…

L’amore è una compagnia

“L’amore è una compagnia.
Non so più andare solo per le strade,
perché non posso più andar solo.
Un pensiero visibile mi fa camminare più svelto
e veder meno, e nello stesso tempo mi dà piacere di camminare e vedere tutto.

Anche la sua assenza è una cosa che sta con me.
E l’amo tanto che non so come desiderarla.
Se non la vedo, la immagino e sono forte come gli alberi alti.
Ma se la vedo tremo, non so che ne è di ciò che sento nella sua assenza.

In tutto me stesso ogni forza mi abbandona.
Tutta la realtà mi guarda come un girasole con il suo viso nel mezzo…”

(Fernando Pessoa – Poemi di Alberto Caeiro)

Conta le mandorle…

“Conta le mandorle,
conta ciò che era amaro e ti fece vegliare,
conta insieme anche me:
Io cercavo il tuo occhio, allorché tu lo sbarrasti e nessuno ti vide,
io intrecciavo quel filo segreto e su di esso
la rugiada da te pensata
scorse giù alle urne di che è custode un detto
che al cuore di nessuno trovò un varco
Lì soltanto entrasti tutta nel nome che è tuo,
lì accedesti a te con passo sicuro,
le campane liberate pulsarono nella cella del tuo silenzio,
ciò cui avevi teso l’udito ti fu appresso,
ciò che era morto cinse anche te col suo braccio,
e voi andaste, attraversando, voi tre, la sera.
Fammi amaro.
Conta con le mandorle anche me…”

(Paul Celan – Conta le mandorle)

La lontananza

La lontananza è trama ed ordito.
Un lavandino pieno di tazzine da caffè.
Una tastiera sfinita.
Uno scorrere continuo di fotografie.
Una voce morbida e profonda.
Un pomeriggio di pioggia e sonno a tratti.
Una scorza d’arancia buttata nel caminetto.
Una telefonata che non c’è.
Uno zainetto blu vicino al letto.
Un abbraccio stretto di nove mesi fa.
Un lasciarmi sola per darmi forza.
Una canzone che avevi scelto per me.
Uno sguardo da lontano.
Una corsa che fa bruciare i polmoni.
Un passo in più ogni giorno.
Un dolore che struttura.
Un sorriso a canzonar le mie paturnie.
Un morso nascosto.
Una foglia secca sulla sciarpa.
Una poltrona dove raggomitolarsi.
Un cielo sempre diverso.
Una manciata di mozziconi di matite colorate.
Un canovaccio pieno di castagne.
Uno schermo che illumina la stanza buia.
Un profumo che conosco a memoria.
Una bacio tra i capelli.
Un sorso di mirto.
Un pile amaranto.
Un sonno breve che mi regala pace.
Una mano che tiene stretta la mia davanti a tutti…

Temistocle da Forlimpopoli 

Temistocle da Forlimpopoli è un omone, alto e piazzato.
Ha l’espressione burbera, e le braccia sempre conserte.
Non si siede mai.
Dietro il banchetto osserva serio chiunque si avvicini ai suoi anelli, per timore che distrattamente caschino in qualche tasca, manica di cappotto o direttamente al dito di ladruncole più o meno improvvisate.
Incute facilmente timore, Temistocle.
Per le grandi sopracciglia, che vivono di vita propria, capaci di tramutarlo in mezzo secondo nella più terribile delle maschere.
E quella cicatrice.
Quante volte l’ho osservata, quante gli domando mentre siamo soli con due bicchierini di caffè fra le dita e quante balle racconta: incidente in motocicletta, ferita di guerra, una lince inalberata, un labirinto di specchi, un maldestro apache in cerca di scalpo, una stella caduta troppo vicina.
Da sopra lo zigomo sinistro, crolla fino alla mandibola e si rialza verso il mento, adagiandosi a fine corsa nella piega del labbro inferiore.
Non ne parlava con la stessa timidezza che nasconde il suo cognome.
Cambia discorso, osserva i miei quadri.
“Sai cosa diceva Magritte?
Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna, è arte allo stato puro.
Sabato prendo la pensione, e porto Mauro a mangiare il pesce: è sempre felice in quel ristorante in riva al mare.
E tu, sei felice?”
Sorrido, ed invento frottole pari alle sue.
Lui crea i suoi gioielli nonostante le mani tremanti, ed io dipingo senza sosta: due modi e due mondi lontani, che hanno trovato da qualche parte un gancio che li tiene sospesi in quella sorta di brivido infantile che fa sudar freddo dalla paura ma che fa gridare “ancora ancora!!!”.
Quando scova una pietra blu particolarmente bella gira, piega, annoda e mi regala un anello.
Perché io la sera a casa dipingo il mare: recupero il cartone leggero dalle scatole delle crostatine ed onde e spiaggia si confondono tra le pennellate.
Ogni due o tre giorni regalo a Temistocle queste cartoline: diventano collezione, svago ed occhi al futuro per il suo compagno dalla mente ormai tenera.
Lo scoppio di un bicchiere a terra nel bar sotto i portici: succede spesso, e tutti noi bancarellai nemmeno scattiamo più al fragore.
Temistocle ogni volta affonda sempre nel colletto della maglia in pile, fino al naso, ma senza riuscire a coprire gli occhi.
– È stato un vetro, vero?
– Cosa?
– … la cicatrice…
– Il vetro non ha colpa, e nemmeno Lui.

E racconta tutto quello che si era tenuto dentro per anni.
Racconta e non piange più.
Racconta e le sue spalle si fanno aperte e leggere.
Di quell’amore nato per caso su un treno.
Delle difficoltà, delle famiglie sparite, della serenità conquistata.
Poi delle malattie improvvise come quel taglio ricamato sul viso da chi lo ama, ma non riesce più a capire cosa sia l’amore.
E Temistocle è diventato vittima e roccia in quella coppia.
Le sue grandi braccia consolano ed incassano i colpi, addolcendoli con quel sorriso che riserva a pochi perché lo custodiscano senza mostrarlo ad altri, per evitare che qualcuno possa far strale del suo cuore già sfinito.
Mi lascia il suo banchetto, come capita quando è stanco: lo chiude con cura, lo porta fino al mio pianerottolo e scappa sorridendo.
E durante la cena di artisti mancati ed affamati, ogni tanto mi torna in mente lui: tra un boccone di cotoletta ed un colpo di tosse per il troppo aceto nell’insalata penso a quei due.
A come Mauro stasera sarà felice, ed accarezzerà con dolcezza quella cicatrice sillabando senza voce s-c-u-s-a-m-i: ma non riuscirà a finirlo, perché l’omone abbasserà piano la testa, afferrerà con cura il pollice tra le labbra, succhiandolo piano, accarezzandolo con la lingua fino a sentir vibrare leggero il cuore del suo amato.

Mi sveglio presto anche quando non devo lavorare.
Chiudo la porta per non svegliare gli accampati in salone, accendo la tv e la macchina del caffè.
È strana la mia cucina: una veranda riadattata, sempre fredda, anche in estate.
Rubo un po’ di calore alla tazzina.
“Fregene: identificati i cadaveri dei due uomini ritrovati sulla battigia…”
Stranamente sorrido.
Temistocle in quella fotografia non ha ancora la cicatrice.
Ed anche Mauro è bello, sereno, con gli occhi che brillano e sulla gola il tatuaggio dell’onda.
Un gesto automatico: apro il banchetto portatile, e sapevo già che avrei trovato qualcosa per me.
Leggo.
Sorrido.
Chiudo gli occhi.
Era una roccia l’omone.
Lo ha legato a sé.
Ha affondato entrambi.
Per risalire liberi a scorgere un altro gancio al quale appendersi tenacemente.
E cercare e trovare brividi di felicità nuova.
Altrove.
… ancora ancora!!!