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Mignottismo identitario

“La Sardegna sta soffrendo di una patologia che io chiamo mignottismo identitario .
Domina questo folklorume pataccaro.
Manca la consapevolezza culturale dell’appartenenza.
Abbiamo perso il senso dell’arrabbiatura.
Ci portano via tutto, e noi soffrendo una sorta di Sindrome di Stoccolma siamo contenti.
Ci avvelenano il territorio.
Ci portano lavori che sono solo bocconi avvelenati.
E noi come minchioni, come cani legati al ceppo, alla catena… quasi a ringraziare…”

(Salvatore Niffoi)

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Pantumas

“Diceva sempre che per un vero uomo nella vita bastavano tre cambi di pantaloni.
Uno per cagarsi dalla paura, l’altro per pisciarsi dalla gioia, l’ultimo paio per sposarsi e per morire, come se l’amore e la morte fossero la stessa cosa…”

Salvatore Niffoi è uno degli scrittori che porto nel cuore da tanti anni.
Metà della mia famiglia è sarda, di quelle zone aspre e meravigliose fortunatamente ancora fuori dalle rotte del banale turismo.
Tra le sue pagine ritorno a casa.
Nel senso più intimo e denso: rivivo i ricordi dei parenti che non ci sono più, e quelli delle mie mani e dei miei occhi.

E dalla penna di Niffoi tutto si intreccia.
Tradizioni e leggende.
Racconti e prese in giro.
Il profumo delle mandorle ed il tanfo delle viscere di animali o uomini squartati.
Nulla viene tralasciato: dalla poesia nel descrivere un paesaggio, alla concretezza naturale e mai edulcorate per raccontare le varie pene e piaceri del corpo umano.

Pantumas racconta del paese di Chentupedes, nel quale è tradizione morire sempre in coppia per farsi forza reciprocamente nel viaggio verso nostro Signore.
Ed tutto pernea sulla morte del nonno del narratore.
Morte e ritorno per accogliere la supplica della vedova, che vuole morire con lui.
Con Lisandru arrivano anche delle bobine.
Il film della sua vita.
Che non sarà solo intrattenimento per amici e familiari accorsi a festeggiarlo.
Ma servirà soprattutto a svelare tanti misteri della piccola comunità, fino ad allora gelosamente custoditi con balentia ed attenzione.

Alla fine vi lascerà una nostalgia leggera, e la voglia di sapere come è continuata dopo l’ultima pagina.
Se non siete sardi, all’inizio la lettura vi potrà sembrare ostica.
Proseguite.
Lasciatevi cullare da una lingua magica e pronta ad accogliervi tra le braccia.
Titolo: Pantumas
Autore: Salvatore Niffoi
Editore: Feltrinelli, 171 pagine, 16euro

Quindici scrittori…

Una lista piccinapicciò.
Dove scrivere di getto i quindici scrittori (prosa o poesia) che più ti hanno influenzato e che ti saranno sempre cari.

Ecco la mia lista:

1) William Vollmann
2) Roberto Bolaño
3) Dave Eggers
4) Cervantes
5) William Thackeray
6) Rudyard Kipling
7) Don Winslow
8 ) Tiziano Terzani
9) Oriana Fallaci
10) Haruki Murakami
11) Bill Bryson
12) Hanif Kureishi
13) Amin Maalouf
14) Gabriele D’Annunzio
15) Salvatore Niffoi

Ritorno a Baraule

Una grande prova dello scrittore sardo: ci regala un romanzo che ricorda le scatole cinesi, da aprire con cura e calma anche se il ritmo e la foga della narrazione spingerebbero a strappare via tutto, come la confezione di un regalo troppo a lungo atteso.
I brevi capitoli che lo compongono non si leggono, si divorano: con una fame atavica e primitiva che avvicina il lettore ad alcune delle figure che popolano l’opera.
La difficoltà maggiore (per la quale anche io, oristanese a metà, ho avuto qualche remora nel recensirlo) è rappresentata dalle frasi in sardo stretto, prive di traduzione. Chi non mastica dall’infanzia questa lingua può avere qualche ostacolo in più: tuttavia, il significato è praticamente sempre nascosto nelle parti di testo immediatamente seguenti.
Persona netta e decisa Salvatore Niffoi.
Le prime due pagine del volume costituiscono il capitolo di apertura, e ci forniscono immediatamente il riassunto della storia che andremo ad affrontare.
Carmine Pullana è un medico sessantenne.
Decide di ritornare in Sardegna, nella Baraule che l’ha visto nascere, per tentare di mettere insieme i pezzi che ancora mancano per completare il meccanismo della sua vita. Uno scopo ben preciso: trovare questi scampoli di se prima che la malattia vinca su di lui.
Non conosce nulla di questo scampolo di Mondo: ogni viso, ogni mattone, ogni arbusto saranno per lui fonte di scoperta.
Si muove tra gli abitanti che sembrano usciti da un film, da un incubo. L’autore li tratteggia in modo così magistrale che quasi paiono tirati fuori a forza da un film impressionista tedesco dei primi anni del Novecento:
“…il volto una lastra di rame lucidato, con rilievi bruniti a sagomargli il naso e il mento a furchidda. Nella mano che quello gli porse si vedevano le vene scorrere sottopelle, gonfie e scure come radici. Dentro gli occhi a lampadina nascondeva il dolore di un bambino pentito di essere diventato grande” .
Guardandoli da lontano il nostro protagonista si domanda se ancora qualcuno possa ricordarsi di quel giorno di festa paesana così distante nel tempo.
Era stato trovato, appena nato, sulla scogliera dalle rocce rosse. Sembrava un polpo per com‘era ancora coperto di sangue. Fino a quando, spostandosi appena, scoprirono il cadavere della madre, Sidora Molas, riverso tra i flutti.
Tutto quello che sa è di essere stato dato in adozione appena imparò a camminare.
Emozionante il capitolo dove descrive la casa ed i genitori adottivi: l’amore sincero e puro, mescolato al continuo senso di inadeguatezza e alla voglia di capire davvero cosa fosse successo.
Alcuni rivivono quel giorno insieme a lui. In un modo così accurato e lucido da far capire a Carmine che il suo non fu un semplice abbandono. Ma segnò una tragedia per la piccola comunità: tanto che molti si ostinarono a dimenticare.
Cocciuto per Natura, decide di affittare una casupola in paese. E’ fermo nella decisione di raccogliere informazioni da tutti, pagando per il disturbo. E per molti la forza di obliare il ricordo cede il fianco al bisogno ed alla gola che fanno le banconote ben stirate che porge loro.
Aveva saputo che per sbrogliare il mistero della sua nascita ci sarebbe stata una sola persona in grado di aiutarlo. Purtroppo era morto anni prima. La vedova però conosce ogni dettaglio: lo invita a pranzo, iniziando a raccontare di quella tremenda giornata.
Ed il resoconto è accompagnato dal cibo semplice, costituito dagli unici prodotti che quel territorio offre: pesce e vino. Ma sorbendo la Vernaccia aspira in modo profondo e deciso gli effluvi: è la stessa che beveva il marito della donna. E come una rielaborazione della madeleines proustiane, era convinto di rivedere tutta la sequenza dalla stessa prospettiva del povero Martine Ragas, mentre la vedova di questi sembrava non aspettar altro che raccontare tutto, come se si dovesse togliere un enorme macigno dallo sterno.
Proprio da qui si apre un gorgo che Carmine mai si sarebbe immaginato, accompagnato da un genoino d’argento con delle iniziali incise e quattro torri.
Una delle sue prime tappe è in un convento, a Trachiles:
“…così Mariangela sposò Dio, che vuole bene a tutti e non sta a guardare i peli superflui di nessuno” .
Questa suora, insieme all’attempata consorella Elisabetta danno molto più che una mano al nostro protagonista: descrivono l’assassinio della madre, visto quasi per caso, ricostruendo la scena come se fosse il sacrificio di Abramo, ma con ben altro esito.
Non saranno le uniche ad aiutarlo in modo tangibile.
Altri personaggi si alterneranno per permettergli di decifrare l’enigma della sua tragica venuta al mondo.
Ed ogni volta sarà un dolore rinnovato, che diventa sempre più denso. Ma sull’altro piatto della bilancia c’è poderosa come non mai la voglia di capire il motivo per il quale una mano ed un coltello abbiano voluto scrivere in modo così atroce la prima pagina della sua vita.
Tutto il suo peregrinare ha come sfondo varie piccole realtà del territorio sardo.
Quelle dove le tradizioni non sono radicate, ma cementate dentro le persone: schive, discrete ma pronte a mostrare un lato del tutto inatteso, proprio come le distese di spinosi ma saporiti fichi d’india che accompagnano il cammino di Carmine Pullana.
Anche la vivacità dei sapori ritrovati da forza al nostro protagonista per andare avanti: i troppi anni di lavoro in ospedale l’avevano abituato a gusti neutri e sicuri. Adesso è lui il malato, ma questi accenti forti dei cibi semplici preparati in casa alla buona lo fanno tornare indietro nel tempo, spingendolo ad azzardare sempre un po’ di più.
Questo romanzo dipinge quella parte di Sardegna a molti non conosciuta: invece di una terra piena di sole e di gioia di vivere ritroviamo, quasi come in Verga, un borgo di mare ingeneroso con i pescatori che lo solcano e fonte di continue preoccupazioni per quelli che lo vivono da vicino; così le zone dell‘entroterra ed i suoi abitanti sono dipinti come roccia viva, porosa e nuda ma capace di resistere alle peggiori prove.
L’atmosfera è perennemente livida e cupa.
Quasi un’abitudine per loro: tanto che le rare occasioni in cui il cielo è terso, placido e calmo non vengono godute nella loro bellezza, ma sono continuamente interpretate come segni di qualche disgrazia imminente.
Ma c’è anche l’ironia e la voglia di vivere di questo popolo così speciale e sempre disposto a lottare.
Anche per questo trovo ottima e significativa la scelta dell’immagine di copertina: “La burrasca” di Homer Winslow, dove una donna sorregge il proprio figlio lasciandosi alle spalle un mare gonfio e fatale, rispecchia molto il comportamento di Sidora Molas.
“…divisero l’ombrello nero fino alla porta, diedero una scrollata di spalle per liberarsi dalle gocce di pioggia e, battendo i piedi su una grossa stuoia di giunchi secchi, entrarono subito in cucina. Ilaria aprì gli scurini delle finestre e accese la luce. Il filo rovente della lampadina iniziò a dar vita alle cose…” .

Anche questa volta, il mio racconto è arrivato al capolinea.
Lascio che siate voi a seguire Carmine, a memorizzare insieme a lui, riga dopo riga, tutte le versioni vere, verosimili e leggendarie che passano dalle sue orecchie e che lui annota mentalmente con la stessa identica attenzione.
Scoprirà davvero cosa sia accaduto alla madre?
Perché tanta efferatezza verso una creatura che doveva ancora affacciarsi alla vita?
E per quali motivi questa storia è tuttora fonte di dolore a Baraule?
Questo romanzo non è un giallo.
Quella successa a Baraule è una storia subdola come l’acqua del mare che si insinua tra gli scogli, si infrange sulla spiaggia e grazie alla salsedine si fissa nei corpi, negli occhi e nella memoria dei suoi abitanti.

Salvatore Niffoi, Ritorno a Baraule, casa editrice Adelphi, 199 pagg. .

Ritorno a Baraule