Archivi tag: olocausto

“La lista di carbone”

Ho comprato questo libro un anno e mezzo fa.
Volevo qualcosa da leggere mentre Trenitalia mi riportava dai miei: qualche giorno di relax, prima di rituffarmi nell’Urbe.
Lette le poche righe che ne riassumo il contenuto mi sono avviata alla cassa.
Mi attirano sempre i libri che parlano di libri, così come la corrispondenza altrui.
Da circa vent’anni studio tutto quel che trovo sull’Olocausto.
Non disdegnando i romanzi.
A volte bastano poche pagine per capire che sono stati messi in piedi alla menopeggio, banali, mal scritti, con l’unica intenzione di essere esposti nella settimana che ingloba la Giornata della Memoria giusto per raggranellare una manciata di euro.
“La lista di carbone” si discosta ampiamente da queste furbate editoriali.
L’autrice era per me già una garanzia: da qualche anno seguo con solluchero i suoi reportages in giro per gli angoli meno conosciuti del Globo.
E la stessa passione è palese scorrendo le righe di questo romanzo.
Non si legge.
Si aspira in un fiato solo, ma senza fretta.
Assaporando le parole, una dopo l’altra, che sono però così forti e trascinanti da diventare gli anelli di un vortice.
Per questo richiudere il testo è così difficile.
Perché si ha davvero la sensazione di una mano sicura che serra decisa ed accattivante il polso del lettore, portandolo a vedere cosa succede nel capitolo successivo.
E poi ancora.
E ancora…
La storia si ambienta nella Roma contemporanea.
In realtà il romanzo che ci troviamo tra le mani è il diario che Anna è costretta a tenere.
Costretta, si.
Perché la ventisettenne capita nella libreria dell’ultrasettantenne Cristina per un motivo molto particolare.
E quello che scorre tra le pagine è il resoconto giornaliero che deve compilare per il suo psicologo.
Due donne così distanti come modi di fare e di vivere che si trovano accomunate dalla passione per i libri e la letteratura.
Una copia in lingua tedesca dell’ “Enrico IV”.
Da questo volume prende corpo la storia vera e propria.
La Germania della Seconda Guerra Mondiale, il Nazismo, le persecuzioni, la tragedia collettiva ed i drammi personali.
Un’immensa e struggente storia d’amore che si avviluppa tra servizi segreti, parole non dette e persone che non riescono a dimenticare.
In tutto questo si avventura Anna, con la scusa di ultimare la sua tesi di laurea.
Il suo scopo principale è di aiutare chi le è stata vicina nel momento in cui si sentiva ormai vuota.
Ricerche, viaggi, tanti appunti, lettere, diari ed anche un quaderno di ricette.
E poi lo scoglio più duro ancora della diffidenza: la paura di riaprire vecchie ferite.
Ma la ragazza è decisa: può solo andare avanti.
E non ha paura di toccare vecchie cicatrici.
Anzi: è come se prendesse un coltello e le squarciasse.
Per vedere e farci vedere cos’è stato, per far capire a tutti gli altri cosa potrà essere da ora in poi.
Per tentare di mostrarci il dolore di chi è stato vittima di questa tragedia, ed il pentimento senza fine di chi si è accorto di aver lottato per la parte sbagliata.
Non vi anticipo altro, sarebbe il peggiore dei delitti.
Soprattutto perché rimarrete di stucco nello scoprire cosa sia la lista di carbone.
Se deciderete di intraprendere questa lettura, potreste trovarvi spesso con gli occhi lucidi.
Perché non è solo un romanzo e nemmeno soltanto la descrizione minuziosa della barbarie umana.
Con rara maestria l’autrice è riuscita a fondere nel testo tutta una serie di informazioni utili a chi voglia approfondire alcuni aspetti dell’Olocausto.
Interessante il soffermarsi sulle costruzioni dei campi di concentramento.
Mi ha ricordato moltissimo un eccellente documentario francese visionato ai tempi dei miei corsi di Storia e Critica del Cinema.
“Notte e nebbia” di Alain Resnais.
Terribile, ma necessario.

Ho sottolineato tantissimi pensieri in questo libro.
A colpirmi però è stato un capoverso delle prime pagine che, ritengo, riassuma egregiamente il significato dell’intero scritto:

“Fino all’ultimo giorno, dietro l’angolo che giriamo tutte le mattine, qualcosa o qualcuno può sorprenderci, rimettere tutto in discussione, ridonare vigore ad un’esistenza appassita.
Anche se la vita trascorsa è tanta e la vita appare un piccolo lumicino da affrontare con timore, fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo giorno, può accadere l’imprevedibile”

Titolo: La lista di carbone
Autore: Christiana Ruggeri
Ed: Mursia, 254pagg, 17euro.

La Shoah raccontata ai ragazzi dai ragazzi

Si chiamava “il gioco dei nomi”: ciascuno diventava un’altra persona.
Ma c’erano anche altre regole, aveva spiegato la mamma: separarsi, lasciare la città, nascondersi “E non dire a nessuno di essere ebree”.
Così, in un villaggio molto lontano dalla sua Utrecht, la piccola Lien si addormentava ogni sera pensando alla sua famiglia e sussurrando ci vediamo a casa, subito dopo la guerra…
E’ il romanzo, con toni da favola, di Tami Sherm-Tov .
La casa editrice Piemme lo manda in libreria per la Giornata della Memoria in contemporanea con quello di Greg Dawson, “La pianista bambina” , miracolosamente salva dalla violenza nazista grazie ad uno spartito di Frédéric Chopin.
Con la Salani arriva invece “Fuori c’è l’aurora boreale” , diario di prigionia di una giovanissima Ruth Maier, scoperto da Jan Erik Vold e già un caso editoriale in Norvegia.
Tre storie vere.
Come quel “Diario di Anna Frank”, pietra di paragone del genere, che Irène Cohen-Janca e Maurizio Quarello hanno appena ripensato in versione illustrata., affidando la voce narrante ad un vecchio ippocastano in “L’albero di Anne” uscito per la Orecchio Acerbo.
Ancora bimbi protagonisti nel romanzo di Aharon Appelfeld “Un’intera vita” (Guanda). Helga, dodicenne, cercherà per la Germania la madre scomparsa, ma troverà soprattutto nuovi significati per vecchie parole, come campi e forni.
Le stesse che Leoncarlo Settimelli, pensando ai più giovani, ha ordinato per Castelvecchi nel suo dizionario della Shoah, “Le parole dei lager” .

Fonte: Panorama.

Da Auschwitz a oggi: viaggio tra i libri alla difficile ricerca di una memoria condivisa.

Il clamoroso furto dell’insegna in ferro battuto “Arbeit macht frei” sul cancello d’ingresso del campo di sterminio nazista di Auschwitz Birkenau, messo a segno il 18 dicembre, assume il significato di un apologo feroce della memoria delle vittime dell’Olocausto. Gli autori sono stati individuati e sembrano essere cinque ladri professionisti che avrebbero agito su commissione di un neonazista di nazionalità svedese.
L’atroce dileggio tornerà, dopo il necessario restauro, a campeggiare sull’ingresso del campo, ma è difficile sfuggire alla carica simbolica dello sfregio recato. Quasi che la memoria, anche della più alta delle ingiurie all’umanità, si possa comunque cancellare con un gesto. Come se ciò che avvenne in quel luogo ingrato nel sud della Polonia si possa annullare facendo scomparire uno dei reperti più celebri.
Pare impossibile, contro ragione: ma non è contro ragione ciò che avvenne in quel campo?
La coincidenza dell’atto vandalico con il decimo anniversario della giornata della memoria ci riconduce dunque ai temi sconfinati del significato della memoria, della sua negazione e dell’apparente antinomia tra memoria e oblìo.
Proprio la cesura di Auschwitz, scrive Antonella Tarpino in Geografie della memoria (Piccola Biblioteca Einaudi) “ripropone il dilemma se l’oblìo, preservando gli uomini dal potere nefasto dei ricordi più drammatici, non militi un po’ anche dalla parte della vita”.
Occorre allora evitare lo sconfinamento in campi troppo estesi e circoscrivere la Memoria di cui stiamo parlando qui e ora. Il 27 gennaio è il giorno che fu scelto dieci anni fa dal Parlamento italiano per ricordare l’Olocausto. Una decisione frutto di un compromesso che disinnescò molte tensioni. Nel dibattito entrarono altre date: il 12 giugno, compleanno di Anna Frank, il 16 ottobre, in ricordo del giorno del 1943 quando venne compiuta la razzìa nel ghetto con la deportazione di 1022 ebrei romani. Il 27 gennaio fu una data più europea e meno italiana e servì ad attenuare la portata della scelta rispetto ad atti compiuti sul nostro territorio.
Eppure, sostiene con fondatezza lo storico Giovanni De Luna “una memoria collettiva diventa ufficiale quando a stabilire i confini del patto su cui si fonda interviene la sanzione dello Stato, quando la Memoria si incontra con la Politica e le istituzioni… perché quel patto risulti credibile deve fondarsi sulla ricerca della verità” (da “Le ragioni di un decennio” , Storie della Feltrinelli).
Ecco dunque ciò che si celebra il prossimo 27 gennaio. Una memoria collettiva, una memoria ufficiale. Può parere insufficiente; peggio, retorico. Tale memoria resta tuttavia il solo baluardo contro coloro che in nome di altre memorie vorrebbero cancellare milioni di vittime innocenti, migliaia di immagini sconvolgenti, miliardi di parole, negandone l’esistenza alla radice. Un pericolo che non è certo venuto meno, soprattutto ora che si sta spegnendo la voce dei protagonisti di quel calvario e con essi la coscienza di nuove sempre possibili sopraffazioni.
L’imponente e incessante produzione bibliografica su quegli anni, di cui diamo in allegato una sintesi assai parziale che si rinnova e si accresce di anno in anno, è autentica fonte di gioia per le coscienze democratiche. I libri, di oggi come di ieri, siano i benvenuti, per l’eternità. Essi rappresentano l’unico antidoto contro le false coscienze, i non ricordo, l’indifferenza. Essi ci raccontano dello sforzo di tanti intellettuali, scrittori e più semplicemente uomini e donne di buona volontà di dare un futuro alla memoria collettiva, perché non sia vittima di processi di stratificazione per cui un gesto nasconde l’altro, le atrocità degli uni cancellano quelle degli altri. Se la storia dei perseguitati e dei vinti viene dimenticata, non resta che quella dei carnefici di ogni tempo.
Il furto del concetto che reca in sè Auschwitz può avvenire in tanti modi e la profanazione dell’insegna non è purtroppo il peggiore. Se l’Olocausto va ricordato è perché il genocidio assunse caratteri di sistematicità tali da non avere paragoni, nemmeno in una secolare storia carica di efferatezze. La memoria collettiva assume allora le sembianze di “dovere umano reso assoluto e imperativo dopo lo sterminio, ma insieme anche dovere muto, senza parola” (Antonella Tarpino, Geografie della memoria) per l’incapacità di dare un nome allo sterminio, un evento che via via si chiama Olocausto, genocidio, soluzione finale, Auschwitz e ha trovato nell’espressione Shoah, nella sua essenza di parola semanticamente incerta, la definizione più congrua, più dicibile dell’indicibile.
Senza questo dovere di ricordo e di ricerca della verità, anche il perdono diventa esercizio vano perché monco del pentimento e mai si traduce in pace sociale, in vera elaborazione collettiva del lutto. Ed è forse ciò che rende incompiuto il viaggio della nostra Repubblica, anche 65 anni dopo quegli eventi. Un itinerario mai percorso fino in fondo che ha lasciato il nostro Paese in una situazione di permanente fragilità democratica anche di fronte a eventi infinitamente minori e comunque per noi nefasti come gli anni del terrorismo. Pure sul quel versante, come dimostra l’ampia pubblicistica d’oggi dei figli che raccontano dei padri (Ambrosoli, Calabresi,Tobagi, Negri), troppe pagine restano aperte. Ma sono ancora una volta le pagine scritte ad assumere con coraggio e sincerità l’impegno di narrare e di riflettere.
Benedetti siano i libri e chi li scrive.

Fonte: Il Sole 24 Ore.