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La lettera

Sempre per la serie “devi asssolutamente leggerlo!”.
Ecco.
Più che leggere qui si perde tempo.
Trama banale: di queste lettere trovate per caso dopo decenni ormai non se ne può davvero più.
La contestualizzazione storica pallida ed inutile.
Un buonismo appiccicoso ed allappante.
Più che un intreccio di vicende è un guazzabuglio di luoghi comuni ed incontri e ritrovamenti così improbabili da mettere tutto insieme in modo malfermo.
Ogni colpo di scena mi ricordava quelli che “ho tirato fuori il cappotto dell’anno scorso, ed in una tasca ho ritrovato 200euro!!!”: io è già tanto se ritrovo il cappotto.
Non la consiglierei nemmeno come sonnolenta lettura da ombrellone: è il classico brodo-di-pollo-per-l’anima scritto in modo gigione e ruffiano, per attirare chi pretende di leggere quel che vuole sentirsi dire.
Ma la lettura per scuotere deve anche essere dolorosa, straniante: altrimenti viviamo nel falpalà, ignari di tutto.

Postilla.
Io sono una teinomane seriale.
Ma leggere quasi in ogni pagina di bollitori messi sul fuoco e di cortoboranti o consolatorie tazze fumanti ha fatto saltare i nervi anche a me.

Titolo: La lettera
Autore: Kathryn Hughes
Editore: Tea, 348 pagine, 5euro

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L’amore è per la mattina…

“L’amore è per la mattina” disse, “dopo una lunga notte passata a letto insieme”.
Sedevamo al tavolo di casa sua: le uova fumavano davanti a noi e una bottiglia di latte aspettava di riempire i bicchieri vuoti.
“Perché la mattina?”, chiesi.
“Perché di mattina” rispose lui “sei appena sveglio…” sbadigliò e poi sorrise come una battuta che io non capivo.
“Appena sveglio? Cosa vuoi dire? E comunque l’amore non si dovrebbe fare di notte a letto?”
Lui si limito a sorridere, poi senza guardare si versò il latte nel bicchiere mi tese la bottiglia.
“Perché non di notte?”, ripetei.
La sera prima ci eravamo incontrati, avevamo parlato ed eravamo andati lì a casa sua: avevano fatto del sesso, c’eravamo addormentati… e ammesso che l’amore esista, non era quello il posto in cui cercarlo?
In quel momento ricordai dei sogni interrotti dalle sue mani che mi risvegliano quando mi aveva preso una seconda volta mentre facevo finta di dormire.
Lo guardai versandomi il latte nel bicchiere, me rovesciai solo qualche goccia e gli restituì la bottiglia.
Lui si alzò, mi si avvicinò tanto che la bianca pianura della sua pancia e mi riempi la visuale e l’odore del suo inguine mi invase le narici.
Chinai la testa con la bocca aperta, pensavo fosse quello che voleva ma lui mi spinse indietro: si mise le mie spalle dietro la sedia, mi strinse, mi baciò e mi fece scorrere tra le gambe la bottiglia fredda del latte, e poi disse “John: questo non è solo l’amore e l’amore non è tutto qui…”.
Sollevò la bottiglia mezza vuota e fece girare il latte al suo interno, quindi lo appoggio sul tavolo e mi passo la mano bagnata sulla schiena sì fermo alla base della colonna vertebrale e mi gratto piano con dolcezza.
Rabbrividii mentre l’acqua fredda mi scorreva sulle cosce, poi mi girai sulla sedia e gli misi la mano, la mia mano grande e sgraziata sul petto.
Ciascun dito preso una costola come un naufrago che si aggrappa alla zattera di salvataggio.
Ma il pollice danza sul suo cuore, da solo, incerto.
Mi arresi e mi avvicinai.
Gli appoggiai l’orecchio sul torace, lo circondai con le braccia e giacqui come un nuotatore che ha raggiunto la fine dell’oceano.
“L’amore è per la mattina…” ripetè Martin, mormorando mille parole alll’orecchio che baciava con le labbra asciutte,e intanto muoveva la mano bagnata su e giù lungo la mia schiena facendomi desiderare… il nulla “dopo una lunga notte passata a letto insieme…”.
Sotto il mio orecchio il suo cuore muove un fiume di sangue nel suo corso.
Ed a quel pensiero una parte di me rabbrividì, un’altra si sentì scaldare…”

Titolo: Martin e John
Autore: Dale Peck
Editore: Feltrinelli, 165pagine, 13euro

La donna dal taccuino rosso

Quando qualcuno mi dice “devi asssssssssolutamente leggerlo!” preventivamente volgo lo sguardo verso l’alto.
E questo romanzetto ne è stata la conferma.
Non partivo prevenuta, anzi: vedendo che si citava la mia adorata Sophie Calle ero decisamente curiosa.
Ma.
Ma.
Ma.
L’unico pregio è il poco tempo che si impiega a leggerlo.
Il resto è un impasto di già letto, già sentito, già vissuto (e ne avrete riprova nelle note a fondo volume…): mescolato ad una storiella d’amore della quale si intuisce il finale già dopo le prime venti pagine.

Citando Brian Griffin, è brodo di pollo per l’anima: una lettura senza pretese, scritta in modo frettoloso, ma che consoli, comprenda e faccia credere in un futuro migliore.

Io credo di aver perso soltanto due ore per leggerlo…

Titolo: La donna dal taccuino rosso
Autore: Antoine Laurain
Editore: Einaudi, 164 pagine, 10euro

Nalda diceva

“Per come brillava e per dov’era, la luna faceva che le nostre ombre erano molto più vicine di come eravamo noi.
E allora quello che ho fatto, quando ero sicuro che Marie non stava guardando anche lei le nostre ombre, è stato che ho mosso la mano così si è mossa anche la mia mano di ombra ed ha toccato la mano di ombra di Marie, anche se le nostre mani vere erano lontane e non si toccavano.
Poi, quando Marie si è girata di nuovo verso di me, ho tirato via subito la mano.
Abbastanza in fretta…”

Ametto.
Ho comprato questo libro imbambolata dalla copertina e dal formato, squadrato.
Ed ho iniziato a leggerlo a sopracciglia alzate.
Il protagonista è un giovane uomo barbuto, la cui mente è rimasta tuttavia all’infanzia, o quasi.
Non ha un nome, né una casa fissa: ovunque vada porta con se un barattolo, un libro di ritagli e le sue abilità di giardiniere.
E pensavo di essere davanti al solito romanzo strappalacrime, pieno di sfortune e scritto banalmente ad imitare le incertezze del linguaggio.
Ed invece.
L’autore ha una penna delicata, che ci fa leggere fra le righe i problemi del protagonista, ma anche l’esplosione di tutto il bello ed il buono che incontra nella sua vita: dalla carnalità di una rosa ancora bagnata di pioggia, ad un sorriso sfuggente.
Lettura breve, che scorre in un paio d’ore.
Lascio a voi scoprire il motivo di tante fughe, la nascita dell’amore, l’affetto, ed un finale realmente sorprendente.
O no?
Titolo: Nalda diceva
Autore: Stuart David
Editore: Mondadori, 176 pagine, 8euro

La storia di Lutvija e del chiodo arroventato

“Ognuno di nuovo andò per conto suo a vagare nel vasto cielo, che era un copricapo troppo grande per le loro teste piene di pensieri…”

Curioso romanzo.
Mi hanno attirato le prime pagine, nelle quali si racconta una leggenda, che spiega come a causa di un chiodo arroventato gli zingari siano costretti ad essere sempre in movimento, costretti a spostarsi di continuo.
La trama è all’inizio un po’ confusa, troppi nomi, troppi personaggi, troppi termini sconosciuti (e prezioso diventa il piccolo glossario a fondo volume).
Il mio consiglio è di lasciarsi trasportare dalla storia.
Una saga familiare in cui il chiodo arroventato compare tre volte, il sogno di un piccolo regno in armonia, la realtà, il mondo esterno, la guerra alle porte, il traffico di armi, lo sgretolarsi di tutta una vita che si sognava diversa.
Un piccolo romanzo che si legge in un paio d’ore.
Che all’inizio sembra solo un guazzabuglio colorato, ma che poco per volta trova una sua essenza.
Non dolce come si aspettava.

Titolo: La storia di Lutvija e del chiodo arroventato
Autore: Ferì Lainscek
Editore: Barbès Editore, 188 pagine, 12euro

Pantumas

“Diceva sempre che per un vero uomo nella vita bastavano tre cambi di pantaloni.
Uno per cagarsi dalla paura, l’altro per pisciarsi dalla gioia, l’ultimo paio per sposarsi e per morire, come se l’amore e la morte fossero la stessa cosa…”

Salvatore Niffoi è uno degli scrittori che porto nel cuore da tanti anni.
Metà della mia famiglia è sarda, di quelle zone aspre e meravigliose fortunatamente ancora fuori dalle rotte del banale turismo.
Tra le sue pagine ritorno a casa.
Nel senso più intimo e denso: rivivo i ricordi dei parenti che non ci sono più, e quelli delle mie mani e dei miei occhi.

E dalla penna di Niffoi tutto si intreccia.
Tradizioni e leggende.
Racconti e prese in giro.
Il profumo delle mandorle ed il tanfo delle viscere di animali o uomini squartati.
Nulla viene tralasciato: dalla poesia nel descrivere un paesaggio, alla concretezza naturale e mai edulcorate per raccontare le varie pene e piaceri del corpo umano.

Pantumas racconta del paese di Chentupedes, nel quale è tradizione morire sempre in coppia per farsi forza reciprocamente nel viaggio verso nostro Signore.
Ed tutto pernea sulla morte del nonno del narratore.
Morte e ritorno per accogliere la supplica della vedova, che vuole morire con lui.
Con Lisandru arrivano anche delle bobine.
Il film della sua vita.
Che non sarà solo intrattenimento per amici e familiari accorsi a festeggiarlo.
Ma servirà soprattutto a svelare tanti misteri della piccola comunità, fino ad allora gelosamente custoditi con balentia ed attenzione.

Alla fine vi lascerà una nostalgia leggera, e la voglia di sapere come è continuata dopo l’ultima pagina.
Se non siete sardi, all’inizio la lettura vi potrà sembrare ostica.
Proseguite.
Lasciatevi cullare da una lingua magica e pronta ad accogliervi tra le braccia.
Titolo: Pantumas
Autore: Salvatore Niffoi
Editore: Feltrinelli, 171 pagine, 16euro

La cena

“Ma c’era qualcosa, un che di diverso, come in una camera da cui in tua assenza qualcuno ha fatto sparire tutti i fiori: un cambiamento che inizialmente non si nota, fin quando non vedi spuntare gli steli da sotto il coperchio della pattumiera…”

Un romanzo non semplice.
Teso, orribilmente teso: anche nelle pagine più tenere, nei gesti colmi di amore, c’è sempre inquietudine.
Leggendo è naturale domandarsi più volte: fin dove i genitori siano disposti ad arrivare per difendere i figli, e quanto il loro percorso sia per salvare gli eredi oppure per salvare il loro ruolo.
Due fratelli e le rispettive mogli tentano di parlare.
I figli hanno ucciso una senzatetto, il filmato della loro azione sono ovunque ma nessuno li ha individuati: la scelta è tra denunciarli alla polizia, oppure tacere, aspettare che qualche disgrazia maggiore vada ad occupare telegiornali e trasmissioni di approfondimento, che quella donna venga dimenticata.
Paul è la nostra guida nella narrazione, che di continuo mescola salti tra passato e presente, passando per stanze di ospedale, aule, la casa in disordine ed il disagio anche fisico di quella cena obbligata.

Koch è dotato di un’intensità narrativa magistrale: difficile staccarsi dalle pagine quando descrive i danni di un pestaggio, così come durante le lunghe spiegazioni dei piatti sciorinate da un borioso maître.
Noia, angoscia, dolore, sfiducia, sorrisi beffardi e paura che nasconde un coraggio inaspettato.
Tutti ingranaggi di un romanzo perfetto.

Titolo: La cena
Autore: Herman Koch
Editore: Neri Pozza, 255 pagine, 9euro