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Il necessario

“Getta la cianfrusaglia a fiume, amico!
Fa’ che la barca della tua vita sia leggera, carica solo del necessario.
Una casa accogliente e piaceri semplici, un amico o due, degni di questo nome, qualcuno che ti ami e qualcuno che tu ami, un gatto, un cane e un paio di pipe, abbastanza da mangiare, abbastanza per vestire, e un pochino più del sufficiente di roba da bere; perché la sete è una cosa pericolosa.
Vedrai che troverai più facile vogare nella tua barca ed essa non correrà tanto pericolo di rovesciarsi, e se poi si rovescia poco male; poche merci e buone, resistono all’acqua…”

(Jerome K. Jerome)

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Kafka e la bambola viaggiatrice

Non un romanzo.
Ma un bel racconto lungo.
Che ci presenta, in forma romanzata, un episodio realmente avvenuto nella vita dello scrittore Franz Kafka.

Come consolare una bambina che piange a dirotto dopo aver smarrito la sua bambola?
Sconosciute entrambe all’uomo che cerca di rincuorare l’una, e di non perdere le speranze per l’altra?

Le pagine volano via velocemente.
Tra lacrime, amore e crescita.
Ed intorno, lo sguardo amorevole della compagna di Franz, che tutto avvolge e protegge.

Buona lettura…

Titolo: Kafka e la bambola viaggiatrice
Autore: Jordi Sierra i Fabra
Ed: Salani Editore, 121 pagine,12euro

Buon Natale… in ritardissimo!

“Ma è vita, questa?
Trecentosessantaquattro giorni all’anno il solito tran tran: sempre avanti e indietro dal letto al gabinetto, dal cortile alla cucina, dal giardino alla stalla, dalla stalla alla cucina, dalla cucina al cortile, sempre qui, sempre solo, mai uno svago, mai un momento di relax… E le serate? Sempre a leggere le letterine di quegli insulsi mocciosi, piene di sbagli di ortografia, macchie d’inchiostro, ditate di unto… e tutto questo per passare la notte di Natale al freddo, inzuppato di pioggia e neve, su e giù per centinaia di camini sudici e puzzolenti? No signori, basta! …”

 

 

BabboNatale

Patagonia Express

Rapporto difficile con questo romanzo breve. Mi è stato regalato una decina di anni fa dalla classica persona che dandomelo ha sentenziato “Tanto tu leggi un po’ di tutto…” . Furente per quella frase lo buttai sulla libreria, senza dargli troppa considerazione. E poi avevo letto da poco “In Patagonia” di Bruce Chatwin: pensavo che nessuno potesse descrivere quei posti come lui.
Ed infatti Sepulveda ci regala qualcosa di diverso.

“Patagonia Express” non è il racconto di un viaggio.
E’ entrare nel cammino, nel modo più intimo possibile: curiosando tra le pagine del diario compilato dal narratore. Definirlo registro però è riduttivo. Il narratore scrive con dovizia di particolari sulla mitica moleskine, il taccuino nero con l‘elastico ora tornato di gran moda: ai tempi era però in via d‘estinzione, dato che i suoi storici produttore avevano deciso di cessarne la produzione.
Curiosa la mano che gli ha permesso di conoscere ed apprezzare questo indispensabile supporto per le sue memorie: ma lascio a voi il piacere della scoperta.

Ed è proprio grazie a questo mitico taccuino che la lettura risulta particolarmente rapida ed agevole: è un reportage preciso e puntuale, dettagliato quel tanto che basta per far allargare gli occhi e guardare lontano, ma lo stile è sintetico, asciutto, quasi giornalistico. Un percorso particolare quello intrapreso dall’autore. A guidarci sono le sue emozioni: le stesse di chi può ritornare al suo Paese natio dopo aver scontato tanti anni di esilio forzato. Curiosamente la sua Terra è l’unica dove il lettore viene condotto solo alla fine, quasi di sfuggita.

Il viaggio inizia a bordo del “Colono”, una nave mercantile che trasborderà lo scrittore per il Pacifico, fino all’arrivo in Patagonia. Ed è proprio su questo cargo che iniziano gli appunti del percorso: le descrizioni dei visi, dei modi di fare e degli atteggiamenti dei compagni di traversata vengono resi con la gioia di chi sta per riabbracciare un popolo che conosce bene unita alla soddisfazione di non averne dimenticato i tic, le manie, le esagerazioni così come la delicatezza nel cogliere i dettagli.

Un pensiero che accomuna Sepulveda allo scrittore Theroux è come l’Argentina sia un universo dove le vie di mezzo non esistono: si passa dall’enormità dello spazio deserto alla vista di un fiore minuscolo.
E qui non ci si può esimere dal ricordare la struggente storia della rosa di Atacama: uno dei passi più intensi di tutto il romanzo, che non descrive solo un ciclo botanico ma soprattutto il carattere di un popolo. Decisamente interessanti sono i due diversi livelli utilizzati per la descrizione dei personaggi. Da una parte si trovano quelli reali (viventi o meno): vecchi amici dello scrittore e nuovi compagni di avventura. Dall’altra alcuni che escono dalle leggende popolari, così come dalla Storia più recente: dalla leggenda cinquecentesca cilena di Arias Parado Maldonado, fino alla cittadina di Jaramillo ad inizio Novecento, dove uno scontro tra indios e peones finì nel sangue. La nostra guida viaggia anche in aeroplano, regalandoci la parte più spassosa del diario. Sia per i pittoreschi compagni di sventura che per l’incontro con un nuovo insospettabile amico, lo sgangherato Capitan Palacio. Mai strambo quanto il Premio Nobel che si finge falegname.

L’appuntamento più emozionante, tanto per Sepulveda quanto per il lettore, si trova nell’ultimo capitolo: a Santiago del Cile incontra l’esploratore e scrittore Francisco Coloane, i cui diari di viaggio tanto l’hanno fatto sognare in gioventù. Le parole scorrono troppo veloci, quasi ansimanti per riuscire a far capire quanto gli stia scoppiando il cuore dalla gioia. Le opere di Coloane le ha divorate anche colei che vi sta scrivendo questa recensione: la sua emozione è diventata la mia.
Paradossalmente, concludiamo con il titolo. Nella versione originale è “Al andar se hace el camino, se hace el camino al andar”, riprendendo un verso dell’opera forse più conosciuta del poeta e scrittore spagnolo Antonio Machado, e sempre dedicata al viaggio, non solo come movimento fisico:

Camminante, sono le tue orme
Il cammino, e nulla più;
Camminante, non c’è cammino,
il cammino si fa andando,
Andando si fa il cammino,
e a volger lo sguardo indietro
si vede il sentiero
che mai può essere calpestato di nuovo.
Camminante, non c’è strada
se non una scia nel mare…

In realtà il viaggio sulla Trochita (il Patagonia Express, appunto) appare solamente in uno dei capitoli finali. I posti a sedere scomodi, la stufa a legna di competenza dei viaggiatori, sia per riscaldarsi che per cucinare. Infatti il viaggio è lunghissimo: la locomotiva a vapore procede a passo d’uomo con troppe fermate anche per approvigionarsi dell’acqua necessaria.
Il tragitto di questo convoglio (anche nella versione più comoda e moderna) è attuabile anche oggi. Il viaggio è lungo poco più di 400 chilometri, partendo dai piedi delle Ande fino al Rio Negro, da Esquel fino a Jacobacci, percorrendo buona parte del suolo argentino. Gli ambienti sono più confortevoli ora ed il viaggio è possibile solo da Esquel a El Maitén. Quasi sette ore di viaggio descritti ancora oggi come indimenticabili.
Forse è stato proprio il fascino di questo treno a stregare i traduttori, proprio com’è successo a Sepulveda:

“Il sole tramonta ad ovest, si inabissa nel Pacifico, e i suoi ultimi riflessi proiettano sulla candida pampa l’ombra del Patagonia Express che si allontana in senso contrario, verso l’Atlantico, là dove iniziano i giorni…”

Se tenendo questo piccolo volume tra le mani avvertite una strana arsura, è sicuramente colpa di tutto il vento e la polvere descritti dall’autore. Potete fare come lui: sedervi un attimo e godervi un mate caldo, sorseggiandolo piano con la vostra bombilla.

Luis Sepúlveda, Patagonia Express, casa editrice Guanda, 130 pagg. .

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