Archivi categoria: Scarabocchi liberi

La lontananza

La lontananza è trama ed ordito.
Un lavandino pieno di tazzine da caffè.
Una tastiera sfinita.
Uno scorrere continuo di fotografie.
Una voce morbida e profonda.
Un pomeriggio di pioggia e sonno a tratti.
Una scorza d’arancia buttata nel caminetto.
Una telefonata che non c’è.
Uno zainetto blu vicino al letto.
Un abbraccio stretto di nove mesi fa.
Un lasciarmi sola per darmi forza.
Una canzone che avevi scelto per me.
Uno sguardo da lontano.
Una corsa che fa bruciare i polmoni.
Un passo in più ogni giorno.
Un dolore che struttura.
Un sorriso a canzonar le mie paturnie.
Un morso nascosto.
Una foglia secca sulla sciarpa.
Una poltrona dove raggomitolarsi.
Un cielo sempre diverso.
Una manciata di mozziconi di matite colorate.
Un canovaccio pieno di castagne.
Uno schermo che illumina la stanza buia.
Un profumo che conosco a memoria.
Una bacio tra i capelli.
Un sorso di mirto.
Un pile amaranto.
Un sonno breve che mi regala pace.
Una mano che tiene stretta la mia davanti a tutti…

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Lettera ad una bimba di otto anni che si vede grassa

Piccola mia,
sorrido iniziando questa lettera.
Da una parte, mi immagino in quanti ti abbiano già detto: ma non è vero, sei bellisssssssssima!
Dall’altra, mi torna in mente la mia nonna pestifera quando mi diceva: mangia, ninna, che la guera l’è ben brutta, e poi c’è tanta gente anche più grassa di te al mondo…
E, ti dirò, in qualche modo hanno ragione entrambe le parti.
Si: sei bellissima.
Anche se ti vedi piena di difetti.
Ed anche se questi difetti esistono davvero.
Crescendo imparerai che la Bellezza non è perfezione.
È in un difetto buffo.
In un sorriso sgangherato.
Ed in quelle guancine paffute attiracoccole.
Devi imparare ad amarti, a cercare e volere sempre il meglio per te: lottando ed impegnandoti per ottenerlo.
Ma vivi anche con dolcezza e morbidezza.
Non essere rigida con te stessa: purtroppo lo sarà la vita man mano che diventerai grande, e per motivi ben più seri di qualche chilo in più.
Gioca, salta, corri, perditi in infinite passeggiate e giri in bicicletta senza meta.
Nutriti con amore, cibo buono e viziandoti ogni tanto: crescendo ricorderai le ore trascorse in cucina come le più belle, ricche di affetto e profumi.
E quando sarai tu ai fornelli, succederà all’improvviso: un rametto di rosmarino ti riporterà a quelle domeniche mattina tranquille, nelle quali si poteva poltrire in pigiama ciondolando tra il divano e le coccole del papà, ed dove ad una certa ora si iniziava a sentire l’aroma dell’arrosto in cottura mescolato a quello del pacco dei biscotti ancora aperto sul tavolo, circondato dalle tazze ormai vuote e che aspettavano paciose di essere portate nel lavandino.
Ricorderai dei fagiolini da spuntare ed i piselli sgranati con la nonna, mentre ti raccontava di quando la televisione ancora non c’era, e sentirai in bocca la dolcezza di quelle carotine piccolissime che sceglieva con cura e ti dava da sgranocchiare fra una chiacchiera e l’altra.
Ricorderai il goccio di vino “per colorare l’acqua” che ti hanno fatto assaggiare al tuo compleanno, e che ti ha dato i brividi.
E ti torneranno in mente i cioccolatini che il nonno ti da di nascosto, tenendosi poi l’incarto in tasca perché la mamma non se ne accorga.
Ed il ritmo soffice dei tuorli d’uovo sbattuti così a lungo da diventare gonfi e bianchi, senza nemmeno un granellino di zucchero a scricchiolarti sotto i denti.
Amati, e ridi di te.
Impara dai tuoi fratelli più grandi: che ti chiamano cicciottella e panzerotta facendoti infuriare, ma crescendo ricorderai ogni volta in cui ti mettono un cucchiaino di marmellata in più sul pane, quando ti fanno scegliere per prima i gusti in gelateria e poi ti prendono in braccio per farti afferrare il tuo cono, o tutte le volte in cui ti lasciano il centro della pizza, la parte più buona e succulenta.
Non crederti brutta soltanto perché magari sei diversa dalle altre: col tempo, credimi, imparerai che non è questione di taglie e dimensioni, ma di come decidi di affrontare le tue giornate.
Anzi.
Non far passare altro tempo: imparalo subito!
Impara che un mondo di persone tutte perfette ed identiche sarebbe noioso come quei disegni fotocopiati che ti davano da colorare all’asilo.
Impara che col tuo sorriso non rischiari solo la tua giornata, ma anche quelle di chi lo vuol vedere.
Impara ad usare lo specchio per controllare che i capelli siano in ordine, ed i vestiti ben indossati seguendo la giusta sequenza asola-bottone, e poi sfruttalo per studiare boccacce nuove e spaventose.
Sfoderale in faccia a chi ti cantilena grassonagrassonagrassona.
Forse scapperà, senza riuscire a spiccicare più nemmeno una parola.
O forse scoppierete a ridere insieme.
E da grande avrai anche questo da ricordare.

                 Ti stringo,
                          forteforte

                                       Kiki

(illustrazione: Lelio Menozzi, 1935)

Temistocle da Forlimpopoli 

Temistocle da Forlimpopoli è un omone, alto e piazzato.
Ha l’espressione burbera, e le braccia sempre conserte.
Non si siede mai.
Dietro il banchetto osserva serio chiunque si avvicini ai suoi anelli, per timore che distrattamente caschino in qualche tasca, manica di cappotto o direttamente al dito di ladruncole più o meno improvvisate.
Incute facilmente timore, Temistocle.
Per le grandi sopracciglia, che vivono di vita propria, capaci di tramutarlo in mezzo secondo nella più terribile delle maschere.
E quella cicatrice.
Quante volte l’ho osservata, quante gli domando mentre siamo soli con due bicchierini di caffè fra le dita e quante balle racconta: incidente in motocicletta, ferita di guerra, una lince inalberata, un labirinto di specchi, un maldestro apache in cerca di scalpo, una stella caduta troppo vicina.
Da sopra lo zigomo sinistro, crolla fino alla mandibola e si rialza verso il mento, adagiandosi a fine corsa nella piega del labbro inferiore.
Non ne parlava con la stessa timidezza che nasconde il suo cognome.
Cambia discorso, osserva i miei quadri.
“Sai cosa diceva Magritte?
Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna, è arte allo stato puro.
Sabato prendo la pensione, e porto Mauro a mangiare il pesce: è sempre felice in quel ristorante in riva al mare.
E tu, sei felice?”
Sorrido, ed invento frottole pari alle sue.
Lui crea i suoi gioielli nonostante le mani tremanti, ed io dipingo senza sosta: due modi e due mondi lontani, che hanno trovato da qualche parte un gancio che li tiene sospesi in quella sorta di brivido infantile che fa sudar freddo dalla paura ma che fa gridare “ancora ancora!!!”.
Quando scova una pietra blu particolarmente bella gira, piega, annoda e mi regala un anello.
Perché io la sera a casa dipingo il mare: recupero il cartone leggero dalle scatole delle crostatine ed onde e spiaggia si confondono tra le pennellate.
Ogni due o tre giorni regalo a Temistocle queste cartoline: diventano collezione, svago ed occhi al futuro per il suo compagno dalla mente ormai tenera.
Lo scoppio di un bicchiere a terra nel bar sotto i portici: succede spesso, e tutti noi bancarellai nemmeno scattiamo più al fragore.
Temistocle ogni volta affonda sempre nel colletto della maglia in pile, fino al naso, ma senza riuscire a coprire gli occhi.
– È stato un vetro, vero?
– Cosa?
– … la cicatrice…
– Il vetro non ha colpa, e nemmeno Lui.

E racconta tutto quello che si era tenuto dentro per anni.
Racconta e non piange più.
Racconta e le sue spalle si fanno aperte e leggere.
Di quell’amore nato per caso su un treno.
Delle difficoltà, delle famiglie sparite, della serenità conquistata.
Poi delle malattie improvvise come quel taglio ricamato sul viso da chi lo ama, ma non riesce più a capire cosa sia l’amore.
E Temistocle è diventato vittima e roccia in quella coppia.
Le sue grandi braccia consolano ed incassano i colpi, addolcendoli con quel sorriso che riserva a pochi perché lo custodiscano senza mostrarlo ad altri, per evitare che qualcuno possa far strale del suo cuore già sfinito.
Mi lascia il suo banchetto, come capita quando è stanco: lo chiude con cura, lo porta fino al mio pianerottolo e scappa sorridendo.
E durante la cena di artisti mancati ed affamati, ogni tanto mi torna in mente lui: tra un boccone di cotoletta ed un colpo di tosse per il troppo aceto nell’insalata penso a quei due.
A come Mauro stasera sarà felice, ed accarezzerà con dolcezza quella cicatrice sillabando senza voce s-c-u-s-a-m-i: ma non riuscirà a finirlo, perché l’omone abbasserà piano la testa, afferrerà con cura il pollice tra le labbra, succhiandolo piano, accarezzandolo con la lingua fino a sentir vibrare leggero il cuore del suo amato.

Mi sveglio presto anche quando non devo lavorare.
Chiudo la porta per non svegliare gli accampati in salone, accendo la tv e la macchina del caffè.
È strana la mia cucina: una veranda riadattata, sempre fredda, anche in estate.
Rubo un po’ di calore alla tazzina.
“Fregene: identificati i cadaveri dei due uomini ritrovati sulla battigia…”
Stranamente sorrido.
Temistocle in quella fotografia non ha ancora la cicatrice.
Ed anche Mauro è bello, sereno, con gli occhi che brillano e sulla gola il tatuaggio dell’onda.
Un gesto automatico: apro il banchetto portatile, e sapevo già che avrei trovato qualcosa per me.
Leggo.
Sorrido.
Chiudo gli occhi.
Era una roccia l’omone.
Lo ha legato a sé.
Ha affondato entrambi.
Per risalire liberi a scorgere un altro gancio al quale appendersi tenacemente.
E cercare e trovare brividi di felicità nuova.
Altrove.
… ancora ancora!!!

Le scempiaggini dei lettori sui social network

Il mio amore per la lettura mi ha portato, negli ultimi anni, ad utilizzare la Rete per tenermi aggiornata sulle ultime novità, trovare autori e generi diversi da conoscere, evitare sòle clamorose e per confrontare il mio pensiero con quello di altre gioiose lepisme.
Ho sempre trovato romantico immaginare come persone distanti e diversissime tra loro, in un preciso momento della giornata abbiano gli occhi sulle stesse righe del medesimo romanzo.

Ed invece, quasi sempre i luoghi deputati allo scambio di opinioni diventano zone di frontiera, fra trincee e colpi all’arma bianca.
Segue un piccolo elenco degli atteggiamenti di buona parte della fauna che li abita:

1 – l’odore dei libri: ne parla e ne scrive chiunque, anche a sproposito. Da immagine se vogliamo poetica sono riusciti a trasformarlo in un appiccicosa banalità in grado di farmi volgere gli occhi al Cielo, pietendo soccorso.

2 – i libri veri sono solo quelli cartacei: anche questo è scontro quotidiano. Non discuto sulla piacevolezza del tomo, ma chi demonizza e deride tanto gli e-reader e gli e-book nove volte su dieci non ne ha mai incrociato uno. Si blatera per partito preso. E non han capito che un supporto non esclude l’altro: hanno entrambi vantaggi e svantaggi, e nella vita di un lettore possono serenamente convivere.

3 – se non ti è piaciuto un romanzo che io adoro, meriti di morire male: e quindi l’atmosfera da “volemose bene” si evolve nel peggior incubo visionario di Guillermo del Toro, in cui i fan di questo o quello scrittore si tramutano nel mostro pallido che con un morso stacca la testa alle povere fatine svolazzanti.

4 – sto leggendo questo libro, cosa ne pensate?!?: ma se lo stai leggendo, perché non ne parli tu?

5 – quando sono in treno/sala d’aspetto/in coda tutti quelli col cellulare in mano mi guardano male perché sono l’unica che legge un libro: questa è una delle tante cretinate di cui si autoconvincono i lettori sciapi. Nessuno vi guarda male. Non siete bestie rare. Magari cercano di carpire il titolo del vostro romanzo senza disturbarvi. E questa paturnia racchiude qualcosa di peggiore: oh, come sono colto, fico e controcorrente! Nanni, magari chi si distrae col telefono in tua presenza è un lettore più vorace di te, che si sta solo prendendo una pausa dalle pagine.

6 – vorrei comprare il romanzo XY, ma sono più di ottocento pagine, è un mattone o ce la farò a finirlo?!?: lo leggo sempre più spesso, e mi intristisce pensare che nel 2017 si giudichi un libro dalla sua mole.

7 – i libri non si sottolineano: se è mio sono libera di farci quel che mi pare. Io detesto gli evidenziatori, anche per lo studio. Ma i miei libri sono sottolineati con matite colorate, od una classica BIC rossa. Negli spazi liberi annoto quel che voglio ritrovare nel tempo. A volte scappa anche un’orecchia…

8 – quelle che per acchiappare qualche “like” in più, fotografano le loro cosce nude con la copertina del libro appoggiata sopra: mettelo sul lettino, od immortalatelo con le onde sullo sfondo, non svendetevi come bieca macelleria.

9 – ed infine… quella stramaledetta immagine che recita “ci sono donne come me, che preferiscono riempire la libreria e non la scarpiera!”: non solo una sciocchezza, ma qualcosa di irritante. Come un cliché stucchevole che vuole le donne curate come superficiali e limitate: delle oche giulive senza neuroni. Vi avviso che si può leggere anche in tacchi alti e ben vestite…

Torno fra i miei volumi.
L’angolo della lettrice brontolona si chiude qui.
Per ora…

L’amore ai tempi dello smatphone annacquato

Apriti.
Come hanno fatto in negozio per convincerti a cedere subito?
La tacca è qui, basta premere con l’unghia: ma a piegarsi è lo smalto cremisi.
La limetta in ferro, ripescata tra rossetti, piegaciglia e mascara… e finalmente ti arrendi.
Un guscio di plastichetta: meno di un grammo tenacemente maligno.
Le schede sono in ordine, rialloggio la batteria e riavvio.
Ancora nulla.
Ha nevicato per mezza giornata due tre giorni fa, e siamo ancora così: reti a singhiozzo, i telefoni che non si riescono a caricare, gli atm che ci osservano bui e sconsolati.
E tu.
Di sicuro mi chiamerai.
Ti preoccupi sempre se non mi vedi online da qualche parte: quando non vedi collegate le tante me.
Hai costante cura di questa tua amica un po’ naif.
Anche i miei sabati e le mie domeniche sono costellate di te.
Non chiami, perché ti dedichi a tutta la famiglia. Eppure. Mi arrivano all’improvviso, come abbracci a tradimento acciuffandomi per la schiena, tuoi cuori megalitici che pulsano nella chat, i rimandi a qualche canzone che ti passa in mente, e le fotografie.
Tanti scatti, piccoli incastri del tuo quotidiano che condividi con me: un articolo di giornale, un muso simpatico che incroci per strada, le tue mani intorno alle tazzine di caffè che scandiscono le nostre giornate.
La settimana è nostra.
Gli incontri veloci e le giornate intere rubate al lavoro.
Le telefonate col fiato corto e gli scatti sempre più ricercati, perché la bieca macelleria non fa per noi.
Ecco perché questo tuo silenzio mi scuote.
Magari ti sei sentito male.
È successo qualcosa di grave.
Od hai trovato una più bella ed interessante di me.
Tutto in un flusso di coscienza disordinato tra divano, televisione, abbiocchi annoiati e le mie dita che scivolano sotto stoffa ed elastici imitando le tue, ricordandole nel punto preciso in cui il piacere si fonde con una nostalgia vischiosa.

Odio queste ricariche: la parte argentata da grattare via mi si appiccica ovunque, e non oggi, ti prego… non oggi che sono tutta vestita di bianco, senza nemmeno sapere il perché.
Un tonfo alla parte opposta del tavolino.
Tiro su gli occhi, convinta di vedere il rompicoglioni di turno che vuole attaccar bottone, o qualche soldo.
Invece sei tu: il mio rompicoglioni.
Rido.
È sempre così: quando ti vedo, tutti intorno spariscono, cadono come le tessere di quel vecchio gioco da tavolo dove indovinare il personaggio misterioso.
– Ciao, bimba… ti avevo vista gironzolare, ma stavo comprando due cellulari nuovi per noi… ci credi se ti dico che mi ha mangiato il telefono il cane?
– Ohm… no: tu non hai cani.
– Era un modo carino per non dirti che mi è sgusciato dalle mani finendo nelle profondità acquatiche: sei bellissima, densa, colta, raffinata, vorticosamente donna, mica posso dirti crudelmente “mi è volato il cellulare nel cesso”, dai…
– Ed io che pensavo di averti fuso il telefono per la troppa passione: invece…
– Invece ero in piedi davanti allo specchio. Scorrevo con cura ogni tua fotografia, accarezzandoti il viso con il pollice, proprio come faccio con la tua guancia quando sento il tuo respiro iniziare a mozzarsi.
Eri con me: nella marezzatura del marmo si stagliavano cialtrone alcune linee, identiche alle vene bluastre che affiorano dalla pelle sottilissima dei tuoi seni.
Ero con te: su quel grande divano che amiamo più del letto, nelle gambe annodate, nella mia mano che stringeva sempre di più per farmi sentire avviluppato dai tuoi muscoli non ancora sfiniti.
E proprio mentre mi stavo per sciogliere… si, grazie: prendo un cappuccino anche io…

E sfoderti quel sorriso, forte e vulnerabile come le tue carezze.
E gli abbracci che mi fanno sentire a casa.
E sorrido anche io: sempre.

Tacchi a spillo…

Donne che vi issate sugli stiletti.
Tacco-punta, tacco-punta, tacco-punta.
Non puntapuntapuntapuntapunta… o mi sembrate dei T-rex che corrono all’apertura del buffet.

Misericordia -_- …

(illustrazione André Kohn)

Mescolare

Non è solo il caldo a far capire che è ormai arrivata l’estate.
Nemmeno la Natura esplosa.
Né sandali ed espadrillas ai piedi.
Ma comprendiamo il mutar della stagione anche grazie a tutti quegli uomini che nei week-end possono essere avvistati in balcone, chini sui secchi di pittura per verniciare le pareti di casa.
Accucciati a rimestare, con la mano libera penzolante da un ginocchio.
Ciabatte da piscina, o simil Superga ancora macchiate dai tinteggi dello scorso anno.
Vecchi pantaloncini con la coulisse comatosa, che scivolano desolati senza nemmeno scusarsi dell’assenza di mutande visibili.
Torso nudo, e tettine tristi.
Muti e rassegnati, mescolano e rimescolano: con la stessa cura ed attenzione di un maestro di meditazione che disegna il suo giardino zen con un piccolo rastrello.
E con flemma e pazienza questi uomini si corazzano, pur di non venir scalfiti dal continuo e ronzante borbottio delle mogli alle loro spalle…