Archivi categoria: Scarabocchi liberi

Solitudini e sorrisi

Non mi sono mai arrabbiata per le battute che le persone han sempre fatto sulla mia zitellaggine.
Alcune sono divertenti, e strappano un sorriso anche a me.
Altre sono così ferocemente grevi… e mi fanno pensare che… forse chi le spara non ha mai conosciuto quelle stille ghiacciate che ti cadono dentro quando sei solo: lentissime, gonfie e pesanti, con un tonfo mai sordo, e che si annoda in groviglio di suoni cupi e crescenti.
Se non hanno mai provato tutto questo, io sorrido: e sono felice per loro…

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Succulenta

Forse in una vita precedente sono stata una pianta grassa.
Di quelle cicciottelle.
Con le foglie bluastre.
A forma di rosa.
Che crescono ovunque da sole, senza che nessuno le pianti o le curi.
Stavo appoggiata sul muretto.
Come Charlie Brown, ad interrogarmi sui misteri della vita.
Come quelle donne perennemente coi gomiti puntati sul davanzale, a guardare chi passa.
Come chi fissa l’orizzonte, in attesa della carezza perfetta, nel momento perfetto, ed invece si becca una pallonata dai bimbi che giocano li accanto…

Tazze

Forse ho soltanto bisogno di essere amata.
Nei tanti modi concreti, possibili ed improbabili.
Anche se sono così.
Scoordinata e scombinata.
Come un servizio da tea spaiato ed impolverato, scovato per caso dal rigattiere.

Balente

Il calendario dell’Avvento

Quando io ero piccina il Calendario dell’Avvento era un cartone con le finestrelle, dentro ogni finestrella una preghiera da dire per il Bambin Gesù che stava arrivando.
Poi ne uscì un tipo con gli aforismi a tema natalizio, presi da libri e pellicole.
Quando io ero già grande, misero in commercio quelli con un cioccolatino od una caramella al giorno: e già di questi mi sfuggiva e mi sfugge il senso.
Ora siamo in una specie di delirio.
Si, concordo: queste Feste sono soprattutto per i bambini.
Ma che senso hanno ventiquattro piccoli giocattoli per altrettanti giorni?
Oltretutto per arrivare poi al giorno dedicato per antonomasia a pacchi e pacchetti.
I bimbi sono, di solito, già saturi di cianfrusaglie.
Giocano un paio d’ore e poi vanno sepolti nelle tante scatole stracolme in giro per casa.
Non voglio mettermi a fare né la psicologa da discount né quella che aimieitempisistavameglio.
Però.
Tutta questa ridondanza di pupazzi, bamboline e macchine in miniatura secondo me rischia di assuefare i bambini, snaturando il senso stesso dell’attesa.
Di non far più gustare loro il momento in cui il regalo arriva: che sia Natale, il compleanno od un giochino estemporaneo.
Forse bisogna riabituare, e riabituarci, al gusto della sorpresa.
Altrimenti tutto diventa obbligato, banale, vacuo e di una ovvietà assassina…

La lontananza

La lontananza è trama ed ordito.
Un lavandino pieno di tazzine da caffè.
Una tastiera sfinita.
Uno scorrere continuo di fotografie.
Una voce morbida e profonda.
Un pomeriggio di pioggia e sonno a tratti.
Una scorza d’arancia buttata nel caminetto.
Una telefonata che non c’è.
Uno zainetto blu vicino al letto.
Un abbraccio stretto di nove mesi fa.
Un lasciarmi sola per darmi forza.
Una canzone che avevi scelto per me.
Uno sguardo da lontano.
Una corsa che fa bruciare i polmoni.
Un passo in più ogni giorno.
Un dolore che struttura.
Un sorriso a canzonar le mie paturnie.
Un morso nascosto.
Una foglia secca sulla sciarpa.
Una poltrona dove raggomitolarsi.
Un cielo sempre diverso.
Una manciata di mozziconi di matite colorate.
Un canovaccio pieno di castagne.
Uno schermo che illumina la stanza buia.
Un profumo che conosco a memoria.
Una bacio tra i capelli.
Un sorso di mirto.
Un pile amaranto.
Un sonno breve che mi regala pace.
Una mano che tiene stretta la mia davanti a tutti…

Lettera ad una bimba di otto anni che si vede grassa

Piccola mia,
sorrido iniziando questa lettera.
Da una parte, mi immagino in quanti ti abbiano già detto: ma non è vero, sei bellisssssssssima!
Dall’altra, mi torna in mente la mia nonna pestifera quando mi diceva: mangia, ninna, che la guera l’è ben brutta, e poi c’è tanta gente anche più grassa di te al mondo…
E, ti dirò, in qualche modo hanno ragione entrambe le parti.
Si: sei bellissima.
Anche se ti vedi piena di difetti.
Ed anche se questi difetti esistono davvero.
Crescendo imparerai che la Bellezza non è perfezione.
È in un difetto buffo.
In un sorriso sgangherato.
Ed in quelle guancine paffute attiracoccole.
Devi imparare ad amarti, a cercare e volere sempre il meglio per te: lottando ed impegnandoti per ottenerlo.
Ma vivi anche con dolcezza e morbidezza.
Non essere rigida con te stessa: purtroppo lo sarà la vita man mano che diventerai grande, e per motivi ben più seri di qualche chilo in più.
Gioca, salta, corri, perditi in infinite passeggiate e giri in bicicletta senza meta.
Nutriti con amore, cibo buono e viziandoti ogni tanto: crescendo ricorderai le ore trascorse in cucina come le più belle, ricche di affetto e profumi.
E quando sarai tu ai fornelli, succederà all’improvviso: un rametto di rosmarino ti riporterà a quelle domeniche mattina tranquille, nelle quali si poteva poltrire in pigiama ciondolando tra il divano e le coccole del papà, ed dove ad una certa ora si iniziava a sentire l’aroma dell’arrosto in cottura mescolato a quello del pacco dei biscotti ancora aperto sul tavolo, circondato dalle tazze ormai vuote e che aspettavano paciose di essere portate nel lavandino.
Ricorderai dei fagiolini da spuntare ed i piselli sgranati con la nonna, mentre ti raccontava di quando la televisione ancora non c’era, e sentirai in bocca la dolcezza di quelle carotine piccolissime che sceglieva con cura e ti dava da sgranocchiare fra una chiacchiera e l’altra.
Ricorderai il goccio di vino “per colorare l’acqua” che ti hanno fatto assaggiare al tuo compleanno, e che ti ha dato i brividi.
E ti torneranno in mente i cioccolatini che il nonno ti da di nascosto, tenendosi poi l’incarto in tasca perché la mamma non se ne accorga.
Ed il ritmo soffice dei tuorli d’uovo sbattuti così a lungo da diventare gonfi e bianchi, senza nemmeno un granellino di zucchero a scricchiolarti sotto i denti.
Amati, e ridi di te.
Impara dai tuoi fratelli più grandi: che ti chiamano cicciottella e panzerotta facendoti infuriare, ma crescendo ricorderai ogni volta in cui ti mettono un cucchiaino di marmellata in più sul pane, quando ti fanno scegliere per prima i gusti in gelateria e poi ti prendono in braccio per farti afferrare il tuo cono, o tutte le volte in cui ti lasciano il centro della pizza, la parte più buona e succulenta.
Non crederti brutta soltanto perché magari sei diversa dalle altre: col tempo, credimi, imparerai che non è questione di taglie e dimensioni, ma di come decidi di affrontare le tue giornate.
Anzi.
Non far passare altro tempo: imparalo subito!
Impara che un mondo di persone tutte perfette ed identiche sarebbe noioso come quei disegni fotocopiati che ti davano da colorare all’asilo.
Impara che col tuo sorriso non rischiari solo la tua giornata, ma anche quelle di chi lo vuol vedere.
Impara ad usare lo specchio per controllare che i capelli siano in ordine, ed i vestiti ben indossati seguendo la giusta sequenza asola-bottone, e poi sfruttalo per studiare boccacce nuove e spaventose.
Sfoderale in faccia a chi ti cantilena grassonagrassonagrassona.
Forse scapperà, senza riuscire a spiccicare più nemmeno una parola.
O forse scoppierete a ridere insieme.
E da grande avrai anche questo da ricordare.

                 Ti stringo,
                          forteforte

                                       Kiki

(illustrazione: Lelio Menozzi, 1935)

Temistocle da Forlimpopoli 

Temistocle da Forlimpopoli è un omone, alto e piazzato.
Ha l’espressione burbera, e le braccia sempre conserte.
Non si siede mai.
Dietro il banchetto osserva serio chiunque si avvicini ai suoi anelli, per timore che distrattamente caschino in qualche tasca, manica di cappotto o direttamente al dito di ladruncole più o meno improvvisate.
Incute facilmente timore, Temistocle.
Per le grandi sopracciglia, che vivono di vita propria, capaci di tramutarlo in mezzo secondo nella più terribile delle maschere.
E quella cicatrice.
Quante volte l’ho osservata, quante gli domando mentre siamo soli con due bicchierini di caffè fra le dita e quante balle racconta: incidente in motocicletta, ferita di guerra, una lince inalberata, un labirinto di specchi, un maldestro apache in cerca di scalpo, una stella caduta troppo vicina.
Da sopra lo zigomo sinistro, crolla fino alla mandibola e si rialza verso il mento, adagiandosi a fine corsa nella piega del labbro inferiore.
Non ne parlava con la stessa timidezza che nasconde il suo cognome.
Cambia discorso, osserva i miei quadri.
“Sai cosa diceva Magritte?
Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna, è arte allo stato puro.
Sabato prendo la pensione, e porto Mauro a mangiare il pesce: è sempre felice in quel ristorante in riva al mare.
E tu, sei felice?”
Sorrido, ed invento frottole pari alle sue.
Lui crea i suoi gioielli nonostante le mani tremanti, ed io dipingo senza sosta: due modi e due mondi lontani, che hanno trovato da qualche parte un gancio che li tiene sospesi in quella sorta di brivido infantile che fa sudar freddo dalla paura ma che fa gridare “ancora ancora!!!”.
Quando scova una pietra blu particolarmente bella gira, piega, annoda e mi regala un anello.
Perché io la sera a casa dipingo il mare: recupero il cartone leggero dalle scatole delle crostatine ed onde e spiaggia si confondono tra le pennellate.
Ogni due o tre giorni regalo a Temistocle queste cartoline: diventano collezione, svago ed occhi al futuro per il suo compagno dalla mente ormai tenera.
Lo scoppio di un bicchiere a terra nel bar sotto i portici: succede spesso, e tutti noi bancarellai nemmeno scattiamo più al fragore.
Temistocle ogni volta affonda sempre nel colletto della maglia in pile, fino al naso, ma senza riuscire a coprire gli occhi.
– È stato un vetro, vero?
– Cosa?
– … la cicatrice…
– Il vetro non ha colpa, e nemmeno Lui.

E racconta tutto quello che si era tenuto dentro per anni.
Racconta e non piange più.
Racconta e le sue spalle si fanno aperte e leggere.
Di quell’amore nato per caso su un treno.
Delle difficoltà, delle famiglie sparite, della serenità conquistata.
Poi delle malattie improvvise come quel taglio ricamato sul viso da chi lo ama, ma non riesce più a capire cosa sia l’amore.
E Temistocle è diventato vittima e roccia in quella coppia.
Le sue grandi braccia consolano ed incassano i colpi, addolcendoli con quel sorriso che riserva a pochi perché lo custodiscano senza mostrarlo ad altri, per evitare che qualcuno possa far strale del suo cuore già sfinito.
Mi lascia il suo banchetto, come capita quando è stanco: lo chiude con cura, lo porta fino al mio pianerottolo e scappa sorridendo.
E durante la cena di artisti mancati ed affamati, ogni tanto mi torna in mente lui: tra un boccone di cotoletta ed un colpo di tosse per il troppo aceto nell’insalata penso a quei due.
A come Mauro stasera sarà felice, ed accarezzerà con dolcezza quella cicatrice sillabando senza voce s-c-u-s-a-m-i: ma non riuscirà a finirlo, perché l’omone abbasserà piano la testa, afferrerà con cura il pollice tra le labbra, succhiandolo piano, accarezzandolo con la lingua fino a sentir vibrare leggero il cuore del suo amato.

Mi sveglio presto anche quando non devo lavorare.
Chiudo la porta per non svegliare gli accampati in salone, accendo la tv e la macchina del caffè.
È strana la mia cucina: una veranda riadattata, sempre fredda, anche in estate.
Rubo un po’ di calore alla tazzina.
“Fregene: identificati i cadaveri dei due uomini ritrovati sulla battigia…”
Stranamente sorrido.
Temistocle in quella fotografia non ha ancora la cicatrice.
Ed anche Mauro è bello, sereno, con gli occhi che brillano e sulla gola il tatuaggio dell’onda.
Un gesto automatico: apro il banchetto portatile, e sapevo già che avrei trovato qualcosa per me.
Leggo.
Sorrido.
Chiudo gli occhi.
Era una roccia l’omone.
Lo ha legato a sé.
Ha affondato entrambi.
Per risalire liberi a scorgere un altro gancio al quale appendersi tenacemente.
E cercare e trovare brividi di felicità nuova.
Altrove.
… ancora ancora!!!