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Nalda diceva

“Per come brillava e per dov’era, la luna faceva che le nostre ombre erano molto più vicine di come eravamo noi.
E allora quello che ho fatto, quando ero sicuro che Marie non stava guardando anche lei le nostre ombre, è stato che ho mosso la mano così si è mossa anche la mia mano di ombra ed ha toccato la mano di ombra di Marie, anche se le nostre mani vere erano lontane e non si toccavano.
Poi, quando Marie si è girata di nuovo verso di me, ho tirato via subito la mano.
Abbastanza in fretta…”

Ametto.
Ho comprato questo libro imbambolata dalla copertina e dal formato, squadrato.
Ed ho iniziato a leggerlo a sopracciglia alzate.
Il protagonista è un giovane uomo barbuto, la cui mente è rimasta tuttavia all’infanzia, o quasi.
Non ha un nome, né una casa fissa: ovunque vada porta con se un barattolo, un libro di ritagli e le sue abilità di giardiniere.
E pensavo di essere davanti al solito romanzo strappalacrime, pieno di sfortune e scritto banalmente ad imitare le incertezze del linguaggio.
Ed invece.
L’autore ha una penna delicata, che ci fa leggere fra le righe i problemi del protagonista, ma anche l’esplosione di tutto il bello ed il buono che incontra nella sua vita: dalla carnalità di una rosa ancora bagnata di pioggia, ad un sorriso sfuggente.
Lettura breve, che scorre in un paio d’ore.
Lascio a voi scoprire il motivo di tante fughe, la nascita dell’amore, l’affetto, ed un finale realmente sorprendente.
O no?
Titolo: Nalda diceva
Autore: Stuart David
Editore: Mondadori, 176 pagine, 8euro

Sacrificio

“Ogni volta che vedo del sangue fresco non posso fare a meno di ammirarne la bellezza.
È una sostanza incredibile: ricca, forte, vibrante e di un colore meraviglioso.
Era triste vederlo andarsene, sgocciolare attraverso le assi del pavimento…”

Questo romanzo è il classico regalo che resta sugli scaffali della libreria a decantare.
Mi sembrava un libro gigione, comprato distrattamente solo perché nella quarta di copertina erano elencati tutti elementi da me amati: le Shetland, i cavalli, le rune, le leggende.

Ed invece.
Mi sono ritrovata tra le mani un bel thriller.
Sicuramente ben scritto: la tensione è ben modulata fino alla fine, con colpi di scena curati e, soprattutto, senza strafare.
La lettura non è appesantita da situazioni improbabili, né da intermezzi sentimentali piazzati solo per occupare melensamente qualche pagina.

Viviamo tutto grazie agli occhi di Tora, una ginecologa da poco trasferitasi col marito nella Scozia più autentica.
Autentica, e come tale difficile per chi arriva: fil rouge della dottoressa è il suo sentirsi costantemente fuori posto, dai suoceri ai colleghi in ospedale.
Uniche certezze: l’amore del marito, e la passione per l’equitazione.
E proprio seppellendo uno dei suoi adorati cavalli, scopre nel terreno della sua nuova casa il cadavere di una donna.
Avvolto con cura in un sudario di lino bianco, conservato dalla torba nella quale è stata scavata la buca, con solo una macchia rossa ad occupare il petto.
Quelle che seguiranno saranno pagine dolorose: si racconterà di donne sterili, di bambini nati troppo presto, di donne sacrificate, di speranza e di buio totale, di leggende magiche e di realtà brutali.
E, soprattutto, la domanda continua: di chi fidarsi, e da chi tenersi lontani?

Una cosa è certa: avrete voglia anche voi di una tazza di caffè nero e qualche sandwich.

Titolo: Sacrificio
Autore: Sharon Bolton
Editore: Mondadori, 442 pagine, 9,50euro

Emozioni su carta

Sto leggendo e studiando tanto in questi giorni.
Mi serve per evadere un po’.
Per pensare ad altro.
Ed ho anche ripreso a scrivere.
Ho rifiutato una buona offerta.
Volevano che mettessi su carta le mie disavventure cliniche.
Ma sto scrivendo altro.
Cerco qualcosa che faccia strappare un sorriso a chi mi legge.
Negli anni passati sono usciti una marea di libri e libretti che raccontano le storie di chi è riuscito a guarire.
Ci sono quelli lacrimevoli e quelli spiritosi.
Mi fanno rabbia entrambi.
E’ difficile spiegarlo a parole.
Sai bene ormai che io cerco sempre il lato positivo di qualunque situazione.
Riesco a scherzare sulla mia malattia.
Non la patologia.
Ma la MIA malattia.
Non posso farlo per gli altri.
E mi si chiude lo stomaco a leggere “la chemio mi ha fatto conoscere un nuovo me!”.
Ma de che?
Sono stanca di leggere gente che descrive i reparti di oncologia come la tana del Bianconiglio.
Non ti catapulta in un mondo sconosciuto ma bellissimo, pieno di gente che non vedevi l’ora di incontrare.
Ti butta nello schifo più grande che tu possa solo lontanamente immaginare.
Perché un giorno sei li a scambiare due chiacchiere con una persona: racconti di libri, di viaggi, di come è buono il caffè in quel bar di Roma…e ti fa vedere le foto dei figli e ti dice “guarda, mia madre mi ha riempito il portafogli di Santini…mica mi servono, faccio paura anche a loro“.
E poi torni la settimana dopo alla stessa ora e ti dicono che non c’è più.
Passa un mese.
Mi giro e vedo la moglie che è venuta a ritirare tutta la cartella clinica.
La conoscevo dalle fotografie, ma ho fatto finta di nulla e sono sprofondata nel Corriere.
Per paura di toccarla con una frase sbagliata.
Ne ho visti troppi così, uomini e donne.
Forse è per il rispetto che porto per loro che non scriverò mai nulla.
Perché, proprio come dici tu, ormai tutto è spettacolo e business.
Malattie e dolori compresi.