Archivi tag: shoah

Il parrucchiere di Auschwitz

“Mutze ab! Wegtreten!” urlò un tizio dall’aspetto imponente, con il busto stretto in una giacca nera avvitata, pantaloni e stivali da equitazione.
Il direttore di un circo, pensò Maurizio, ecco cosa sembrava, quel circo da cui adesso migliaia di uomini si allontanavano, calcandosi di nuovo il berretto sulla fronte, rilassando la schiena curva e trascinandosi verso le baracche.
Un circo, si ripetè, senza trapezisti né giocolieri, solo schiere di pagliacci pallidi e tristi, la cui apparizione suscitava ogni volta le stesse risate sadiche fra il pubblico delle prime file…

Romanzo strano.
Bellissimo.
Ma sono entrata dopo qualche pagina nei continui tuffi tra passato e presente.
Due voci narranti, per due vite che si intrecciano: quelle del nonno e della nipote.
Il rastrellamento del ghetto di Roma.
La tenerezza, la paura, i nascondigli e la vita nel campo di concentramento, la speranza di una vita oltre tutto l’orrore.
I capelli, folto fil rouge di tutta la narrazione.
E tutto è unito dall’amore.
Non un sentimento melenso, appiccicoso od onirico.
È un amore passionale, carnale, ricco di colori: avvolge ogni momento, ogni cambiamento repentino di scenario, ogni lacrima ed ogni nuova gioia.
Riesce ad essere intenso e violento quanto il dolore.

Una pagina in particolare mi ha mozzato il respiro.
Il protagonista sfoglia le fotografie che immortalano la sua amata.
Non la voglio citare: sono sicura che avrete la stessa mia reazione leggendola.

Quest’opera di Paradisi gonfia ancor di più la già vasta scelta di titoli sullo sterminio nazista.
Eppure è tutto raccontato in un modo nuovo, non scontato, non standardizzato.
Una lettura che scorre veloce.
Che ci farà riflettere a lungo.

Titolo: Il parrucchiere di Auschwitz
Autore: Éric Paradisi
Editore: Longanesi, 206 pagine, 12euro

La chiave di Sarah

Difficile.
Davvero difficile per me criticare un romanzo.
Soprattutto su un argomento così delicato, ed a me particolarmente caro e sentito.

Non vi racconterò troppo della trama.
Scoprirla pagina dopo pagina è una dolorosa ma necessaria lettura.
Che vi darà spunti per orientarvi verso altri testi.

Cuore di tutto è la piccola Sarah.
Testimone involontaria ma lucida di una dei tanti bambini rastrellati con le loro famiglie a Parigi, il 16 luglio 1942, e stipati nel Vélodrome d’Hiver.
Una delle tante tragedie che colpirono l’Europa in quegli anni, ma stranamente poco conosciuta al grande pubblico.
Per un rapido approfondimento, vi consiglio: http://it.wikipedia.org/wiki/Rastrellamento_del_Velodromo_d’Inverno

Una chiave.
Oggetto piccolo, ma prezioso e vitale.
E’ la chiave dell’armadio dove Sarah chiude il suo amato fratellino Michel, dopo che i poliziotti hanno fatto irruzione nella loro casa.
L’armadio.
Il loro posto magico e segreto: non è un mobile, ma un gioco di porte che cela il vero e proprio armadio realizzato come una nicchia nel muro; e la serratura è invisibile, perché nascosta da un finto interruttore della luce.

La narrazione è tanto semplice, quanto terribile: proprio perché filtrata dagli occhi di una creatura spaesata, impaurita, ma determinata a tornare nella sua casa per riabbracciare il fratello.
Tutto è grande, immenso: dalla folla delle persone accalcate e disperate, agli stivali dei militari che passano loro accanto.
E la scrittura è così curata ma immediata da rendere il testo fruibile da chiunque: giovani ragazzi al pari di adulti.

Perché mi ha fatto fortemente storcere il naso?
Il romanzo è strutturato a capitoli alternati: in uno, il racconto di Sarah, nell’altro il racconto della giornalista che ricostruisce tutta la vicenda, partendo da un appartamento parigino da anni proprietà della famiglia del marito.
E poteva essere un’ottima soluzione stilistica.
Peccato che questa parte di inchiesta dapprima è troppo melensa e sentimentale (alcune descrizioni del consorte sono tragicomiche), quanto la descrizione della famiglia diventi grottesca, in modo scontato ed insopportabile: peggiora ulteriormente negli intrecci.
Il voler mettere troppa carne al fuoco ha slegato tutto: ed ogni particolare, ogni scoperta, ogni intreccio diventato debolissimi ed inverosimili, fiaccando un romanzo piacevole.

Infatti, a mio modesto parere, la narrazione del percorso di Sarah è davvero ben scritto: mescola con sapienza paure e tenacia di una bimba testarda, con una meta precisa.
Il racconto della ricerca che ha portato alla scoperta di questa vicenda è… troppo: ridimensionandolo, curandolo meglio, sfrondando le inutilità sarebbe stato ottimo traliccio per tutta la narrazione.
Ed il romanzo avrebbe guadagnato in fluidità e tensione.

Consiglio la lettura?
Ni.
Solo se siete curiosi di scoprire dove sia arrivata quella famosa chiave.

Titolo: La chiave di Sarah
Autore: Tatiana De Rosnay
Editore: Mondatori, 320 pagine, 9.50euro

la-chiave-di-sarah

La Shoah raccontata ai ragazzi dai ragazzi

Si chiamava “il gioco dei nomi”: ciascuno diventava un’altra persona.
Ma c’erano anche altre regole, aveva spiegato la mamma: separarsi, lasciare la città, nascondersi “E non dire a nessuno di essere ebree”.
Così, in un villaggio molto lontano dalla sua Utrecht, la piccola Lien si addormentava ogni sera pensando alla sua famiglia e sussurrando ci vediamo a casa, subito dopo la guerra…
E’ il romanzo, con toni da favola, di Tami Sherm-Tov .
La casa editrice Piemme lo manda in libreria per la Giornata della Memoria in contemporanea con quello di Greg Dawson, “La pianista bambina” , miracolosamente salva dalla violenza nazista grazie ad uno spartito di Frédéric Chopin.
Con la Salani arriva invece “Fuori c’è l’aurora boreale” , diario di prigionia di una giovanissima Ruth Maier, scoperto da Jan Erik Vold e già un caso editoriale in Norvegia.
Tre storie vere.
Come quel “Diario di Anna Frank”, pietra di paragone del genere, che Irène Cohen-Janca e Maurizio Quarello hanno appena ripensato in versione illustrata., affidando la voce narrante ad un vecchio ippocastano in “L’albero di Anne” uscito per la Orecchio Acerbo.
Ancora bimbi protagonisti nel romanzo di Aharon Appelfeld “Un’intera vita” (Guanda). Helga, dodicenne, cercherà per la Germania la madre scomparsa, ma troverà soprattutto nuovi significati per vecchie parole, come campi e forni.
Le stesse che Leoncarlo Settimelli, pensando ai più giovani, ha ordinato per Castelvecchi nel suo dizionario della Shoah, “Le parole dei lager” .

Fonte: Panorama.