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Sono ancora un bambino…

Cibo.
Il fil rouge di questa biografia è il cibo.
Dal pesto preparato rigorosamente col mortaio a pranzi e cene con attori e registi di ogni genere, da Volonté a Fassbinder, passando per la cucina di casa ed il ricordo delle donne sempre intorno ai fornelli.
Ma c’è tanto altro: riflessioni sul suo lavoro, sulla vita, la morte del figlio, il dolore della solitudine ed il manto della timidezza che avvolge tutto.
E per non lasciarsi tirar giù, i suoi congegni elettronici, lo smontare gli oggetti per capire come sono fatti, la pittura e la fotografia.
Una biografia non esaustiva, come riservata è sempre stata la vita privata di Giancarlo Giannini, ma in grado di far apprezzare al lettore il mondo del Cinema oltre il set.

Titolo: Sono ancora un bambino, ma nessuno può sgridarmi
Autore: Giancarlo Giannini G. Greison
Editore: Longanesi, 285 pagind, 16euro

Renato

​Arrivi a 75 anni che pensi che la vita è bella.

Ho mandato a cagare più io in tutta la storia del cinema italiano che nessun altro.
Ma si sa: il “vai a cagare pirla”, oggi non lo si usa quasi più.
Chi riesce a fregarsene dei problemi poi alla fine vince sempre.
Sono un appassionato di auto, ho figli e ho una bella casa fuori dalle balle.
Mi mancano quelle belle vie di Milano vuote dove si girava in bicicletta.
E la scena del trattore in piazza San Babila: fantascienza se pensiamo a cosa c’e’ oggi.
Ma va bene così.

Oggi le persone vivono freneticamente con il taaac.
Se pensate alla velocita’ di tutto e tutti
Accompagni i figli a scuola… taaaac…
Torni a casa e prepari da mangiare… taaaac…
Guardi tua moglie e pensi che ti sei sposato per amore e non per altro…taaaac…
E la tua felicita’ e’ un taaaaac….
Che posizioni in fondo alle frasi perche’ in quel momento sei felice ed infelice.
Felice perche’ hai tante cose, infelice perche’ le cose che non avevi prima ti mettono a disagio in quel momento.
E vorresti tornare indietro alla tua semplicità.
E cosi’ la societa’ d’oggi va forte.
E i ragazzi sono pieni di troppe cose che non possono far nascere un qualcosa che si possa definire Trash.
Anzi oggi c’e’ troppa poca leggerezza.
E le generazioni mie Teocoli, Boldi, Abatantuono, Villaggio…
Non le eguagliera’ nessuno.
Perche’ noi abbiamo fatto epoca.
Con le nostre vite, le nostre abitudini e le nostre tristezze e le nostre tragedie.
Perche’ un comico che puo’ far veramente ridere deve ”sorbirsi” esperienze di ogni genere.
E la bellezza di una faccia che si riconosce e’ proprio questo.

Se mi riesci a guardare negli occhi ti sentirai a casa.
Una casa che si chiama “Italiano”.
Come le belle cose che si facevano tra il 1960 e il 1990.
Poi tutto diventa difficile.
Ed e’ un peccato non per me che ho anche l’umbrela.
Ma piu’ per voi che ridete poco e vi divertite male.
Provate dunque ad usare un Taac per ogni cosa che fate.
Anche se siete tristi ripetetevi…

Sono triste… taaaaac!
Sono felice… taaaaac!

Vedrete che prima o poi un sorriso arriva.
Ecco.
Quello sono io…

(Renato Pozzetto)

Storie della buonanotte per bambine ribelli

Tutte ne parlano.
Troppe ne blaterano senza manco averlo letto.
Io l’ho passato, grazie ad un’amica.
Che dire?
Belle le illustrazioni.
Buona la scelta dei soggetti analizzati.
Lodevole la brevità delle biografie.

Ma.

A me ha dato l’impressione di girare sul principio gigione e provincialotto che “le femmine sono meglio dei maschi”.
E su quello ancor più aberrante letturedafemmineVSletturedamaschi.
Con una divisione, una rivendicazione ammuffita ed una evanescente lotta inutile che nemmeno ai tempi dell’asilo ho mai sopportato.
Mi ricorda lo slogan scritto sui muri: ” IO SONO MIA!”.
Sotto il quale qualche buontempone capitolino rispose: “PERCHÉ NESSUNO TE SE PIJA!”

Le bambine meritano letture migliori…

Titolo: Storie della buonanotte per bambine ribelli
Autore: Francesca Cavallo, Elena Favilli
Editore: Mondadori, 211 pagine, 19euro

Gian Maria Volonté – Il lavoro d’attore

“Non entro e non esco dal personaggio.
Mi metto lì, con tanti materiali e tante cose.
Calarsi o non calarsi sono luoghi comuni, non esiste secondo me una tecnica unica, precisa.
Si può interpretare un personaggio in totale immersione, ma anche al contrario.
Diderot sostiene che l’attore mentre comunica allo spettatore una grande emozione, esplorando i territori inquietanti della tragedia, magari pensa alla trattoria dove andrà a mangiare dopo lo spettacolo.
Questo è un paradosso, io so bene quali percorsi faccio, però ho sempre un fondo di scetticismo nel parlarne, perché so bene che in questo paese tutti pensano che si può essere attori in qualsiasi momento, e invece non è vero.
Sono discipline che richiedono frequentazione.
John Travolta non è uno preso a caso dal Piper e messo in “Saturday Night Fever”, ha alle spalle una grandissima professionalità che richiede otto-dieci ore di lavoro al giorno.
Ora dirvi come si svolgono le mie otto-dieci ore di lavoro al giorno, qui a questo tavolo, con i miei quadernetti, la mia pazienza, il mio riflettere, il mio dedicarmi alla documentazione… mi sembra imbarazzante…”

Questo pensiero di Gian Maria Volonté, ed il sottotitolo del volume danno già l’idea precisa di cosa e quanto troverete tra le pagine.
Una ricostruzione acuta e precisa del percorso di formazione, studio continuo, perfezionamento progressivo del lavoro di un attore unico e straordinario.
Non aspettatevi una biografia pettegola: la vita privata di Volonté e dei suoi affetti è tenuta lontana, in quel modo premuroso col quale si custodiscono i beni più preziosi.
Deriu ha giustamente puntato tutto sulla parola chiave: lavoro.
Oltre alle tecniche ed allo studio utilizzati dall’attore, le pagine si snodano tra la storia del Teatro e quella del Cinema: autori, attori, critici ed analisti.
E non è uno di quei testi che durante i miei studi mi sono capitati spesso sotto gli occhi: quelli che io chiamo “elenchi del telefono”, visto che si limitano ad appiccicare nomi e nozioni senza troppa cura.
Non è un libro che si legge velocemente proprio perché è così denso da spingere a riflettere, ed a riflettere in modo nuovo: senza avere la sensazione del giàvistogiàsentito.
L’autore ha dato corpo e respiro nuovi allo studio di una vita oltre la pellicola.
Titolo: Gian Maria Volonté – Il lavoro d’attore
Autore: Fabrizio Deriu
Editore: Bulzoni Editore, 454 pagine, 34euro

Amore, Morte, Rock, Follia

“Sono come un infaticabile scarabeo…”
E leggendo questa sorta di diario, non si può che annuire.

Diario.
Memoir.
Pensieri su un blocco per appunti.
Sono queste le sensazioni che arrivano leggendo le righe di Everett.
La vita sregolata, ma non come quella degli altri rocker: è sregolata perché nato e vissuto in una famiglia amorevole a modo suo, più un collage che un nucleo.
Le compagnie sbagliate che fanno perdere tempo.
La consapevolezza di essere stanco di quella continua “mancanza di vita”.
E la musica, che accoglie e salva.
La passione che non fa sentire la fatica delle ore passate a comporre , e nemmeno quella dei lavori orribili portati avanti per non morire di fame e per coltivare il sogno in modo concreto.
Le donne che costellano la sua vita, con una tenerezza struggente.

Ero molto dubbiosa nell’intraprendere questa lettura: temevo di imbattermi nella classica biografia commissionata di qualche star posticciamente maledetta, con pagine alla fattistrafatti&strafighe.
Ma tra le mani mi sono ritrovata delle pagine che volano via troppo in fretta: scritte in maniera perfetta e, soprattutto, che descriva successi o momenti bui, tutto è presentato in modo schietto e morbido, come le volute che si alzano fumando un sigaro.

A lettura terminata, non viene tanto la voglia di riascoltare tutta la discografia degli Eels, ma quella di cercare Mark, e lasciarlo raccontare ancora.
E ancora.

Titolo: Amore, Morte, Rock, Follia – e un paio d’altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere
Autore: Mark Oliver Everett
Editore: Elliot, 215 pagine, 16,50euro.

La baracca dei tristi piaceri

La critica che si muove più spesso ad Helga Schneider riguarda i tanti svolazzi laterali presenti nei suoi scritti.
E ci si dimentica che questa donna ha vissuto in nazifascismo sulla sua pelle.
E, soprattutto, che ha deciso di scriverne romanzi, non autobiografie.
Lo stile può piacere o meno, ma sostenere che usi la Memoria per raccontare la sua storia in modo inverosimile mi pare inaccettabile.

“La baracca dei tristi piaceri” racconta di un argomento che, spesso, viene ritenuto marginale quando si tratta il tema dei campi di concentramento nazisti.

Nel 1943 Himmler prese la fulminante decisione di far allestire dei bordelli nei più grandi campi di concentramento. Quello di Buchenwald fu chiamato ipocritamente Sonderbau, ‘edificio speciale’. La sua costruzione schizzò in cima alle priorità del campo a scapito dell’allargamento del Revier, l’infermeria.
Le donne destinate al bordello furono per la maggior parte reclutate nel lager femminile di Ravensbrück, dove si sceglievano le prigioniere più giovani e quelle ancora sufficientemente presentabili, nei limiti del possibile.
Appena terminato, il Sonderbau ottenne un immediato successo e i prigionieri-clienti accorsero numerosi.
In un primo tempo la frequentazione dei bordelli nei lager era vietata alle SS, agli ebrei, ai Sinti e Rom e ai prigionieri sovietici; per gli altri vigevano regole di ferro.
Prima di presentarsi i candidati dovevano passare in infermeria per fare una doccia e sottoporsi a una visita di controllo. Che, naturalmente, visto il frettoloso esame, spesso non era in grado di rilevare malattie veneree in corso.

L’inizio e la spina centrale del romanzo non mi hanno entusiasmata.
Storia un po’ ritrita: una giornalista che si lancia nella scrittura di romanzi. Dopo il primo successo è in crisi nera perché ha una sorta di “panico da foglio bianco”.
Durante una sua puntata lavorativa a Berlino conosce una donna, decisamente eccentrica, che dopo vari tentennamenti decide di raccontarle la sua storia.
Frau Kiesel è un’anziana vedova, che racchiude nella sua vita degli anni realmente terrificanti.
Il primo grande amore della sua vita, Uwe, proveniva da un’ottima famiglia. Dove la madre era cattolica ed il padre mezzo ebreo, non praticante e non appartenente alla comunità ebraica.
I genitori di Helga appena seppero del ragazzo la ripudiarono, cacciandola di casa con tutto l’ottuso odio dei filonazisti dell’epoca.
Venne accolta dalla famiglia del fidanzato, che godeva ancora di qualche privilegio.
Ma i vantaggi e le leggi in quel periodo cambiavano anche nel giro di poche ore: vennero tutti arrestati.
Helga compresa: nonostante fosse tedesca, venne considerata una “Judenhure”, una puttana ebrea.
Del fidanzato non seppe più nulla, mentre per lei si spalancarono le porte del campo di concentramento.
E qui la decisione più importante della sua vita: prostituirsi ed avere condizioni di vita umane, piuttosto che vivere pressata in baracche luride e maleodoranti insieme a decide di altri corpi ormai alla soglia della follia.

Oltre al tema della prostituzione, l’autrice ne incorpora un altro. Altrettanto grave.
L’idea che ha portato Himmler ad istituire i bordelli nei campi di concentramento non fu dettata tanto dal consentire uno svago ai prigionieri, ma ad arginare l’omosessualità dilagante tra i prigionieri.
E le due realtà si compenetrano quando

Un giorno dell’estate del 1944 arrivò a Buchenwald un medico, psichiatra e sedicente ricercatore, un maledetto danese, che su ordine di Himmler avrebbe compiuto un certo esperimento su cavie scelte al campo. Questo pazzo era convinto di poter guarire l’omosessualità. Dico ‘guarire’ perché la considerava una malattia.

E la prova del nove per decretare la guarigione del “paziente” era, appunto, l’incontro con una prostituta.

Come si vede i temi scelti sono densi, importanti e da maneggiare con estrema cura.
Purtroppo in questo romanzo ho trovato un po’ troppi svolazzi laterali ed eccessive fioriture che hanno appesantito lo scorrere delle pagine.
Tuttavia, è una lettura che consiglio per due motivi.
Non scade mai nel volgare e nel torbido più becero.
Non è eccessivamente lungo: oltre ad avere la possibilità di finirlo agevolmente ha il pregio di non descrivere i due punti cardine in modo minuzioso. Questo permette, a chi fosse interessato, di approfondirli in modo più tecnico ricollegandosi a varie fonti storiche.

Titolo: La baracca dei tristi piaceri
Autore: Helga Schneider
Edizioni: Salani, 205 pagine, 14euro.

La guerra acerba

Scrivere la recensione per questo romanzo-biografia è una bella sfida.
Devo ammettere di averlo approcciato con estrema diffidenza, soprattutto a causa della prefazione: infatti, viene impressa nelle pagine una sorta di monito sul dover leggere ed ascoltare i racconti di tutti colori che hanno vissuto da bambini o da adolescenti le guerre del Novecento.
Ma il tutto era esposto con un tono così enfatico quasi a dimenticare la mole di biografie esistenti in merito.
Fortunatamente il romanzo ha una piega molto piacevole.
E’ il diario di quella che è ancora una bambina di un paesino del centro Italia negli anni dello “splendore” fascista, e che successivamente ritroviamo giovane donna alla fine della Seconda Guerra Mondiale in una Roma pesantemente ferita.
Si alternano in modo decisamente interessante due registri.
Da una parte abbiamo la ricostruzione storica del conflitto: con uno stile corposo ma estremamente scorrevole l’autrice ci mette nella prospettiva della piccola protagonista, una bambina affamata di notizie. Così difficili da reperire durante la guerra: ma ogni brandello di quotidiano, ogni radiogiornale rubato da una finestra aperta, le notizie che arrivavano tra le lacrime degli sfollati…tutto questo ci rende una cronologia precisa e puntuale delle battaglie.
Grazie agli sforzi della piccola la composizione del quadro appare chiara e dettagliatissima al lettore.

“Ma tu come fai a sapere queste cose ?” chiesi un po’ sospettosa.
“Basta leggere anche la stampa straniera…”
In quel momento entrò il professore, e tutti prendemmo posto nei banchi. Ma io ero rimasta come aggrappata all’ultima frase di Sandrini, e mi chiedevo dove trovasse la stampa straniera. Di sicuro non nelle normali
edicole. Poi all’improvviso ebbi come un lampo, una schiarita: l’Osservatore Romano.
Già, l’organo del Vaticano era la voce di un altro stato, e si poneva al di sopra delle parti, quindi riportava anche delle notizie che sulla nostra stampa non passavano.
[…]
Invece da noi cominciava a farsi sentire un’altra voce, che divenne sempre più importante: Radio Londra. Le sue trasmissioni erano precedute da tre colpi di gong, ripetuti mi pare tre volte, ed erano molto brevi, divise tra notizie e commenti, secondo la migliore tradizione anglosassone. Ma nonostante la brevità erano sempre molto esaurienti.

Dall’altra parte abbiamo invece la vicenda personale della sua famiglia, delle compagne di scuola e degli amici che si conoscono da sempre.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, sboccia il cuore centrale del romanzo.
Il carattere e le idee della protagonista cambiano man mano che la guerra si avvicina al suo paesino: non c’è più l’angolo di Paradiso tranquillo e protetto, l’orrore non è lontano e le immagine edulcorate del Duce come eroe assoluto e del Regime indistruggibile si sgretolano ad ogni colpo di cannone, ad ogni colonna di fumo che appena si scorge da lontano, ai messaggi che i soldati riescono a mandare a casa.

Io ero molto orgogliosa di queste vittorie, tanto più che non si parlava mai dei morti che erano costate, soprattutto dei nostri morti, mentre si poneva l’accento sulle “perdite” del nemico. Ma perdite si sa, è una parola astratta che non ti fa pensare ai cadaveri, ai corpi straziati, mutilati, al sangue, alle ferite.
[…]
Non era difficile credere che quelle cose fossero vere, anche se non si leggevano mai sui giornali né si ascoltavano alla radio. C’era una specie di tam-tam sotterraneo che raggiungeva le famiglie dei militari, le quali poi diffondevano le notizie tra amici e conoscenti, come faceva Corrado. Sua madre, inoltre, era l’immagine vivente del dolore: aveva sempre gli occhi arrossati, e appena qualcuno le chiedeva notizie del figlio, lei scoppiava a piangere. Senza volerlo, rappresentava la più efficace contropropaganda agli organi del regime, che esaltavano l’eroismo e il valore espressi dalla guerra.

Quindi, a fine lettura, il mio giudizio è notevolmente mutato.
Se ad un appassionato di Storia può sembrare un’opera piena di arzigogolature ed un po’ troppo schematica nei contenuti, “La guerra acerba” a mio avviso è un ottimo romanzo da proporre in una fascia di età tra i dodici ed i quindici anni.
Per la puntualità nelle ricostruzioni.
Per la storia della protagonista, che nonostante il periodo drammatico ha tutti i sentimenti, i sogni e le paure di ogni adolescente.
Per tutti gli ottimi spunti di ricerca ed approfondimento che riesce ad offrire.

Ed anche perché, in fondo, mi ha ricordato una piccola Balente che cercava tutte le notizie possibili sulla guerra ed Golfo e su quella dell’ex Jugoslavia…

Titolo: La guerra acerba. Il secondo conflitto mondiale visto con gli occhi di una ragazzina
Autore: Gabriella Parca
Edizioni: TEA, 208 pagine, 10euro.