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La mia giornata

​Sapete come si svolgono le giornate scandite dal cancro?

Forse si: direttamente o di riflesso ci siamo passati più o meno tutti.

Vi racconto le mie.

Ci sono mattine dove non riesco ad alzarmi dal letto: stagioni tutto il giorno immobile, tra soffitto e televisione.

Ci sono mattine dove riesco a mettere giù i piedi, mi alzo, mi risiedo e vomito: cena del giorno prima, pastiglie, occhi.

Ci sono mattine dove mi sveglio, scatto dal letto: e tutto va a meraviglia, fin quando non sento qualcosa che bussa da dentro. Mi fermo. E prego di riuscire a tornare a casa, tra gambe e stampelle.

Torno.

Accendo la tv, e pare che solo in questi giorni la gente si sia accorta delle terapie alternative.

Malati oncologici che decidono di curarsi con infusi, aloe od impacchi di ricotta.

E quasi tutti commentano con un qualcosa tipo: ma come cazzo si fa?

Beh.
Si fa.

Esistono i ciarlatani, e per me andrebbero presi a roncolate tra una vertebra e l’altra.
Tanti si rivolgono a loro.
Ci sono i sempliciotti, i creduloni, o chi non capisce davvero cosa sta succedendo.
Ci sono quelli che intraprendono questa strada in modo consapevole.
Ci sono quelli come me, che seguono il percorso classico, ed alcuni si offrono per testare nuovi farmaci, nuove terapie ospedaliere.
Non c’è chi è più intelligente.

Non c’è chi è più stupido.
Non c’è chi è più avventato o solido.

Siamo malati.

E quando sei malato ci sono momenti in cui tutta la tua intelligenza ed il pragmatismo vengono divorati dalla paura.

Di non farcela.
Di morire.
Di veder straziata dal dolore la tua famiglia.

E ti appigli a tutto: tutto.
Le chemioterapie dilaniano un corpo già piagato.

Danneggiano più della malattia.

Ho pensato anche io, sapete?
Ho pensato alle cure miracolose.
Ho pensato che i rimedi naturali, gli impacchi e le pozioni non mi avrebbero distrutta come hanno fatto le terapie canoniche.
Ho pensato ai soldi, che non bastano mai.

Ed il ragionamento che scatta è questo: la chemio è veleno, se guarisco dal cancro, comunque il mio corpo ne sarà danneggiato, forse con fitoterapia ed affini il mio male non sparirà, ma potrò vivere magari dieci anni in modo dignitoso.

Già.

Perché nel mio caso sono state la dignità e l’amore a farmelo pensare.

Non era tanto il dolore di star male, ma era vederlo riflesso negli occhi di chi mi sta accanto.

Perché per me la chemioterapia è stato quel che avete letto all’inizio.

Star male, e vedere lui che tentenna anche a guardarsi una partita in tv.
Correre via a metà pranzo perché lo stomaco non regge, ed accorgersi che nemmeno lui ha finito di mangiare.
Piangere ogni volta che tra la spesa vedo stracci e fiocchi per pulire a terra, perché il sangue che cago o vomito è così tanto che non si riescono a lavare, e lui ti dice andràbene mentre si incazza da solo per non aver nascosto bene quella roba nelle buste.
È vita questa?

Me lo sono domandata parecchie volte.

Perché intossicarmi coi farmaci per stare così, per far morire un po’ anche chi mi sta accanto?

Well.

Ho di buono una tempra d’acciaio.
La lucidità di capire che adoro il tea, ma non curerà il mio osteosarcoma.
E la fortuna vera è avere intorno chi mi supporta, calma i miei pianti, e mi sprona con un sorriso fermo ad andare avanti.

Forse a chi sceglie alternative strampalate per curarsi manca tutto questo.
Manca un supporto forte.
Manca chi faccia ragionare con serietà.
Manca la concretezza del futuro, prossimo o lontano: e ricoprono tutto con il qui&ora.
Però, non chiamateli stupidi.

Non fate confronti con altri.

Siamo semplicemente malati: con la testardaggine che la malattia comporta, nel bene e nel male.

Il riscatto di Burlyce contro il razzismo: laureata dopo 53 anni

Nel 1956 fu una delle prime ragazze di colore a iscriversi al «North Texas State College», ma dopo soli due anni abbandonò l’istituto a causa delle ripetute molestie subite dai colleghi bianchi e dai professori intolleranti. Sabato, a distanza di cinquantacinque anni, la settantatreenne Burlyce Logan ha coronato il suo sogno e si è finalmente laureata in «Arti e scienze applicate» nello stesso ateneo da cui era stata costretta a fuggire per motivi razziali

Il 17 maggio del 1954 la Corte Suprema degli Stati Uniti in una storica sentenza dichiarò incostituzionale la segregazione razziale. Nonostante ciò negli Stati del Sud comportamenti discriminatori continuarono a essere all’ordine del giorno e perseverarono ancora per parecchi anni anche nel mondo accademico. Nel 1956 solo undici ragazzi di colore ebbero il coraggio d’iscriversi al «North Texas State College» (da anni ha cambiato nome e oggi si chiama University of North Texas) e solo due, tra questi, più tardi riuscirono a portare a termine gli studi. A quei tempi i giovani di colore non potevano vivere nel campus dell’Università e nessuno riusciva a superare l’esame d’inglese perché i professori non lo permettevano.
La neolaureata Logan ricorda con grande amarezza gli anni cinquanta: «Un giorno – racconta al New York Times – mentre camminavano nell’ateneo vidi una serie di cartelloni su cui vi era scritto “Africani tornate a casa vostra”. Rimasi totalmente scioccata». La maggior parte degli studenti bianchi si mostrava ostile e intollerante: «Nessuno ci riconosceva o si avvicinava – continua la Logan – Furono due anni d’inferno».
Per oltre mezzo secolo la signora Logan non ha mai abbandonato la speranza di terminare gli studi. Dopo essersi ritirata dall’Università, si trasferì in California. Qui si sposò ed ebbe i figli. Ma nel 1997 ritornò in Texas e nel 2005 decise di riscriversi all’università: «Volevo terminare ciò che avevo cominciato – dichiara la settantatreenne – E’ l’unica ragione per cui ho deciso di tornare in questo ateneo”». Adesso la neolaureata che è già pronta a seguire un master in storia non ha difficoltà ad ammettere che l’attuale ambiente universitario, rispetto a quello di 50 anni fa, è completamente cambiato.
Le persone di colore – dichiara la settantatreenne – sono considerate uguali a tutte le altre: «Il mondo è evoluto e le persone assieme a esso. Questo campus oggi è fatto di giovani che vogliono studiare, istruirsi e cambiare il mondo. Essi ragionano con la loro testa e saranno in grado di trasformare il nostro paese in un posto migliore». L’unico rimpianto della neolaureata è che i suoi genitori non hanno potuto assistere alla cerimonia: «Era ciò che volevano più di ogni altra cosa – dichiara la settantatreenne – Anche se non ci sono più, sono certo che mi hanno guardato dall’alto».

Fonte: Corriere della Sera.

Futuro

“Non sorridiamo perché qualcosa di buono è successo.
Ma qualcosa di buono succederà perché sorridiamo…”

Saggezza nipponica.

Anche se con tutto questo dolore negli occhi sorridere sembra un ricordo lontano.

(immagine pescata qui )

La paura…

Non devo avere paura.
La paura uccide la mente.
La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale.
Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi.
E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso.
Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla.
Soltanto io ci sarò.

Paul Atreides, dal film Dune .

La tua forza è…