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La lontananza

La lontananza è trama ed ordito.
Un lavandino pieno di tazzine da caffè.
Una tastiera sfinita.
Uno scorrere continuo di fotografie.
Una voce morbida e profonda.
Un pomeriggio di pioggia e sonno a tratti.
Una scorza d’arancia buttata nel caminetto.
Una telefonata che non c’è.
Uno zainetto blu vicino al letto.
Un abbraccio stretto di nove mesi fa.
Un lasciarmi sola per darmi forza.
Una canzone che avevi scelto per me.
Uno sguardo da lontano.
Una corsa che fa bruciare i polmoni.
Un passo in più ogni giorno.
Un dolore che struttura.
Un sorriso a canzonar le mie paturnie.
Un morso nascosto.
Una foglia secca sulla sciarpa.
Una poltrona dove raggomitolarsi.
Un cielo sempre diverso.
Una manciata di mozziconi di matite colorate.
Un canovaccio pieno di castagne.
Uno schermo che illumina la stanza buia.
Un profumo che conosco a memoria.
Una bacio tra i capelli.
Un sorso di mirto.
Un pile amaranto.
Un sonno breve che mi regala pace.
Una mano che tiene stretta la mia davanti a tutti…

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Auricolari

Non so voi.
Ma quando, senza preavviso, uno dei due auricolari smette di funzionare… è come se cedesse l’equilibrio.
Caracollo a fatica, stordita come un cane che ha perso le vibrisse.

Schieramenti.

Cerco sempre di essere sopra le parti.
Mai da quella del torto.
Piuttosto da quella del tortore…

(Me – 03 giugno 2015)

Compleanno…

Che anno strano questo mio.
Più bassi che alti.
La malattia che schiaccia, isola.
I lavori persi, gli appuntamenti mancati, le scadenze passate, i soldi volati.
Eppure pare che abbia vinto io.
E mi rialzo.
Con lentezza.
Ma costantemente.
Non è un inizio, nemmeno una fine.
È quel bizzarro e caotico caravanserraglio che è sempre stato il mio vivere.
Ho solo bisogno di un po’ di leggerezza.
Mi sono scattata qualche fotografia in questi giorni.
Ci siamo: io e la mia testa ancora pelata.
Alcune sono poetiche, altre di una bellezza struggente.
Ma nessuna mi convince.
Ed allora vi lascio i palloncini.
Anzi.
Vi lancio i palloncini.
Tenete una finestra aperta, ne entrerà sicuramente uno.
Sciogliete il nodo.
Aspirate l’elio.
Godetevi la vocina stridula da cartoon.
Sorridete.
Perché ogni volta che lo fate, sorrido anche io…

L’Amor fu…

Dediche a Roma, piazza Vittorio.

Manine

Mattinata gelata.
O forse è il freddo dell’ennesima notte insonne.
Ore speciali queste, soprattutto in un giorno di festa.
Tutto è ancora immobile: le nuvole e l’erba, le automobili ed i cani, le girandole ed i panni dimenticati stesi.
Sale appena, lenta e greve, la fettuccia di vapore dal mio cappuccino.
Agguanto la tazza ed al primo sorso sorrido.
Sono tanti, troppi anni, che giro per ospedali: ed ancora non ho finito.
Il mio corpo ha subito evoluzioni continue: terribili, buffe ed a volte grottesche.
Ma è stato costantemente amato e vissuto come piccola ed esclusiva opera d’arte grazie a tutto quel che mi succedeva.
I capelli persi, e ricresciuti in modo irriconoscibile.
La magrezza eccessiva e serica, come i tanti pannicoli in più che mi facevano somigliare ad una caricatura.
Il dolore che ovattava i suoni ed il suo scemare all’improvviso, come quando sistemo meglio il jack delle cuffie ed il suono arriva come un boato.
Le mie mani, no: loro non sono mai cambiate.
Grande e grossa, ho sempre avuto manine da bimba: piccole, morbide, con un velo di leziosa ferocia e con le fossette sul dorso.
Ancora oggi quando applico lo smalto, l’effetto è quello di averlo rubato alla mamma.
E sorrido perché nonostante tutti questi anni, tra malattia e lavori convulsi, loro sono rimaste identiche.
Conservando la tenerezza, la grazia e la dolcezza che ho sempre avuto e voluto nella mia vita: lottando ed accogliendo.

Corrispondenza

Lettere.
Ne scrivo e ne ricevo tante, da sempre.
Quando ero piccola, e la penna per me la impugnava nonna: mondina spiccia ed autoritaria vera, aveva quella sua grafia elegante, femminile e perfetta da farmi credere che il piccolo angolo dove teneva appoggiata una scatola col suo necessaire per la corrispondenza, che quella fosse la sua stanzatuttaperse.
Io dettavo, lei scriveva e la mattina dopo si imbucavano le buste, una alla volta.
Appesa al muro, lei, la custode delle lettere: rossa, accogliente, muliebre e botticelliana, era per me bimba una sorta di porta magica pronta a farmi comunicare con il Mondo intero.
E continua ad esserlo.
Oggi ho incrociato questa fotografia online, ed ho sorriso.
Mi sono rivista con la gonnellina scozzese a pieghe, le paperine di vernice ai piedi e col braccino allungato a dismisura per arrivare alla feritoia e lasciar cadere dentro la buca l’ultima lettera.
La magia iniziava.
E come un nodo celtico, arrivava alla mia cassetta delle lettere, per poi ripartire.
Tante volte.
Per non lasciare mai fermi i sogni.