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Lettera ad una bimba di otto anni che si vede grassa

Piccola mia,
sorrido iniziando questa lettera.
Da una parte, mi immagino in quanti ti abbiano già detto: ma non è vero, sei bellisssssssssima!
Dall’altra, mi torna in mente la mia nonna pestifera quando mi diceva: mangia, ninna, che la guera l’è ben brutta, e poi c’è tanta gente anche più grassa di te al mondo…
E, ti dirò, in qualche modo hanno ragione entrambe le parti.
Si: sei bellissima.
Anche se ti vedi piena di difetti.
Ed anche se questi difetti esistono davvero.
Crescendo imparerai che la Bellezza non è perfezione.
È in un difetto buffo.
In un sorriso sgangherato.
Ed in quelle guancine paffute attiracoccole.
Devi imparare ad amarti, a cercare e volere sempre il meglio per te: lottando ed impegnandoti per ottenerlo.
Ma vivi anche con dolcezza e morbidezza.
Non essere rigida con te stessa: purtroppo lo sarà la vita man mano che diventerai grande, e per motivi ben più seri di qualche chilo in più.
Gioca, salta, corri, perditi in infinite passeggiate e giri in bicicletta senza meta.
Nutriti con amore, cibo buono e viziandoti ogni tanto: crescendo ricorderai le ore trascorse in cucina come le più belle, ricche di affetto e profumi.
E quando sarai tu ai fornelli, succederà all’improvviso: un rametto di rosmarino ti riporterà a quelle domeniche mattina tranquille, nelle quali si poteva poltrire in pigiama ciondolando tra il divano e le coccole del papà, ed dove ad una certa ora si iniziava a sentire l’aroma dell’arrosto in cottura mescolato a quello del pacco dei biscotti ancora aperto sul tavolo, circondato dalle tazze ormai vuote e che aspettavano paciose di essere portate nel lavandino.
Ricorderai dei fagiolini da spuntare ed i piselli sgranati con la nonna, mentre ti raccontava di quando la televisione ancora non c’era, e sentirai in bocca la dolcezza di quelle carotine piccolissime che sceglieva con cura e ti dava da sgranocchiare fra una chiacchiera e l’altra.
Ricorderai il goccio di vino “per colorare l’acqua” che ti hanno fatto assaggiare al tuo compleanno, e che ti ha dato i brividi.
E ti torneranno in mente i cioccolatini che il nonno ti da di nascosto, tenendosi poi l’incarto in tasca perché la mamma non se ne accorga.
Ed il ritmo soffice dei tuorli d’uovo sbattuti così a lungo da diventare gonfi e bianchi, senza nemmeno un granellino di zucchero a scricchiolarti sotto i denti.
Amati, e ridi di te.
Impara dai tuoi fratelli più grandi: che ti chiamano cicciottella e panzerotta facendoti infuriare, ma crescendo ricorderai ogni volta in cui ti mettono un cucchiaino di marmellata in più sul pane, quando ti fanno scegliere per prima i gusti in gelateria e poi ti prendono in braccio per farti afferrare il tuo cono, o tutte le volte in cui ti lasciano il centro della pizza, la parte più buona e succulenta.
Non crederti brutta soltanto perché magari sei diversa dalle altre: col tempo, credimi, imparerai che non è questione di taglie e dimensioni, ma di come decidi di affrontare le tue giornate.
Anzi.
Non far passare altro tempo: imparalo subito!
Impara che un mondo di persone tutte perfette ed identiche sarebbe noioso come quei disegni fotocopiati che ti davano da colorare all’asilo.
Impara che col tuo sorriso non rischiari solo la tua giornata, ma anche quelle di chi lo vuol vedere.
Impara ad usare lo specchio per controllare che i capelli siano in ordine, ed i vestiti ben indossati seguendo la giusta sequenza asola-bottone, e poi sfruttalo per studiare boccacce nuove e spaventose.
Sfoderale in faccia a chi ti cantilena grassonagrassonagrassona.
Forse scapperà, senza riuscire a spiccicare più nemmeno una parola.
O forse scoppierete a ridere insieme.
E da grande avrai anche questo da ricordare.

                 Ti stringo,
                          forteforte

                                       Kiki

(illustrazione: Lelio Menozzi, 1935)

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Renato

​Arrivi a 75 anni che pensi che la vita è bella.

Ho mandato a cagare più io in tutta la storia del cinema italiano che nessun altro.
Ma si sa: il “vai a cagare pirla”, oggi non lo si usa quasi più.
Chi riesce a fregarsene dei problemi poi alla fine vince sempre.
Sono un appassionato di auto, ho figli e ho una bella casa fuori dalle balle.
Mi mancano quelle belle vie di Milano vuote dove si girava in bicicletta.
E la scena del trattore in piazza San Babila: fantascienza se pensiamo a cosa c’e’ oggi.
Ma va bene così.

Oggi le persone vivono freneticamente con il taaac.
Se pensate alla velocita’ di tutto e tutti
Accompagni i figli a scuola… taaaac…
Torni a casa e prepari da mangiare… taaaac…
Guardi tua moglie e pensi che ti sei sposato per amore e non per altro…taaaac…
E la tua felicita’ e’ un taaaaac….
Che posizioni in fondo alle frasi perche’ in quel momento sei felice ed infelice.
Felice perche’ hai tante cose, infelice perche’ le cose che non avevi prima ti mettono a disagio in quel momento.
E vorresti tornare indietro alla tua semplicità.
E cosi’ la societa’ d’oggi va forte.
E i ragazzi sono pieni di troppe cose che non possono far nascere un qualcosa che si possa definire Trash.
Anzi oggi c’e’ troppa poca leggerezza.
E le generazioni mie Teocoli, Boldi, Abatantuono, Villaggio…
Non le eguagliera’ nessuno.
Perche’ noi abbiamo fatto epoca.
Con le nostre vite, le nostre abitudini e le nostre tristezze e le nostre tragedie.
Perche’ un comico che puo’ far veramente ridere deve ”sorbirsi” esperienze di ogni genere.
E la bellezza di una faccia che si riconosce e’ proprio questo.

Se mi riesci a guardare negli occhi ti sentirai a casa.
Una casa che si chiama “Italiano”.
Come le belle cose che si facevano tra il 1960 e il 1990.
Poi tutto diventa difficile.
Ed e’ un peccato non per me che ho anche l’umbrela.
Ma piu’ per voi che ridete poco e vi divertite male.
Provate dunque ad usare un Taac per ogni cosa che fate.
Anche se siete tristi ripetetevi…

Sono triste… taaaaac!
Sono felice… taaaaac!

Vedrete che prima o poi un sorriso arriva.
Ecco.
Quello sono io…

(Renato Pozzetto)

L’archivio della contessa D***

“Ruscelli bisbigliavano piano a destra e a sinistra della veranda e si gettavano con fragore in un punto in fondo al giardino.
E sembravano dirmi… senti come corriamo? Come se avessimo qualcosa da fare e un luogo da raggiungere, ma domani di noi non resterà più traccia.
Credi, allo stesso modo si placherà e svanirà tutto ciò che ora ti sconvolge e ti tormenta: la vita stessa se ne andrà, senza lasciare traccia.
Val la pena risvegliare ricordi e porsi domande, crucciarsi e soffrire?
Non rimpiangere quel che è stato, non temere quel che sarà.
Confrontati, perdona, dimentica…”

Una delle mie debolezze di lettrice è il feticismo profondo verso le edizioni Sellerio.
Piccoli, morbidi e curatissimi volumetti di un’eleganza profonda e discreta al tempo stesso.
E l’eleganza che li contraddistingue non è meramente fisica: nota ai più per i romanzi di Camilleri, questa casa editrice è una fonte continua di piccole meraviglie, con un ventaglio di autori ricercati e dalle penne speciali.

Questa volta mi sono imbattuta in Aleksej Apuchtin, e nella sua curiosa raccolta di lettere.
Si, raccolta: non romanzo epistolare.
Semplicemente perché nel susseguirsi delle pagine possiamo leggere le missive, ora d’amore ora d’amicizia, inviate alla contessa Ekaterina Aleksandrovna: ma non le sue risposte.
Strumento stilistico interessante, ch rende la lettura di una fluidità inaspettata.
Al centro di tutto, San Pietroburgo: città meravigliosa, ma che come un vortice inghiotte i protagonisti delle lettere. Da una parte sognano di fuggire, trasferirsi altrove, in campagna o comunque centri minori, stanchi di una metropoli dove l’opulenza, la falsità e l’apparire schiacciano e cancellano l’esistenza, e spesso la dignità degli abitanti; ma dall’altra parte

“… i fatterelli mondani mi interessano come un attore che abbia finito la sua parte, sia passato nel pubblico, ed ora segua curioso i compagni che continuano a recitare…”

Amori traditi, ed altri che nascono.
Famiglie ritrovate.
Eredità, morti irriconoscenti e matrimoni di convenienza.
Pagine interminabili e brevi telegrammi.

All’inizio la lettura vi sembrerà un po’ strana, ma il meccanismo è davvero perfetto: andando avanti noterete come le righe dei vari mittenti si fondano perfettamente le une alle altre, creando un intreccio perfetto, in grado anche di strappare qualche amaro sorriso sulle miserie umane: pecuniarie e morali.

Essenziali per affrontare le pagine sono sia le note a fondo volume, che vi caleranno ancora di più nei personaggi e nello stile dell’epoca, che la splendida introduzione di Caterina Maria a Fiannacca: in modo preciso regala un affresco dell’epoca, una minuta ma preziosa lettura del testo ed una curata biografia dell’autore.
Titolo: L’archivio della contessa D**
Autore: Aleksej Apuchtin
Editore: Sellerio editore Palermo, 125 pagine, 7euro

Kafka e la bambola viaggiatrice

Non un romanzo.
Ma un bel racconto lungo.
Che ci presenta, in forma romanzata, un episodio realmente avvenuto nella vita dello scrittore Franz Kafka.

Come consolare una bambina che piange a dirotto dopo aver smarrito la sua bambola?
Sconosciute entrambe all’uomo che cerca di rincuorare l’una, e di non perdere le speranze per l’altra?

Le pagine volano via velocemente.
Tra lacrime, amore e crescita.
Ed intorno, lo sguardo amorevole della compagna di Franz, che tutto avvolge e protegge.

Buona lettura…

Titolo: Kafka e la bambola viaggiatrice
Autore: Jordi Sierra i Fabra
Ed: Salani Editore, 121 pagine,12euro

Dieci affascinanti ultime lettere

Un post di Listeverse che mi ha fatto lucciare gli occhi mentre aggredivo la colazione.