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Digressione

Seduta sulle pietre algide guardo le onde. Mi e’ sempre piaciuto il mare in giorni cosi’ freddi: la spuma gonfia che picchia gli scogli, un sasso liscio che vedo gia’ sulla tua scrivania, le labbra riarse dal freddo e dal … Continua a leggere

Il 2010 di “Appuntando…”

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Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.

Crunchy numbers

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A Boeing 747-400 passenger jet can hold 416 passengers. This blog was viewed about 8,500 times in 2010. That’s about 20 full 747s.

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Where did they come from?

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Attractions in 2010

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1

Orgasm Inc. : dalla pornografia allo scandalo farmaceutico April 2010

2

“Il diario di Anna Frank non deve essere letto!” January 2010
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3

Canada: braccialetti GPS per i malati di Alzheimer. December 2009
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4

La Shoah raccontata ai ragazzi dai ragazzi January 2010

5

Oscar e la dama in rosa March 2010

Un minuto di saggezza nelle grandi religioni

L’età adulta

A un discepolo che pregava incessantemente il Maestro disse:
– Quando smetterai di appoggiarti a Dio e ti reggerai sulle tue gambe?
Il discepolo era sbalordito.
– Ma proprio tu ci hai insegnato a guardare Dio come padre!
– E quando imparerai che un padre non è qualcuno a cui appoggiarsi, ma qualcuno che ti libera dalla tendenza di appoggiarti?

Adoro De Mello, da sempre.
Questo librino è stata una sorpresa.
Credo fermamente che le letture non siano mai un caso, arrivano nel momento giusto.
E questa è arrivata grazie al regalo di un amico.
Sono tutte massime brevissime: io le vedevo come tante vecchie Polaroids.
Il tutto in chiave comica.
Ma non tanto per strappare una risata gigiona, quando per far riflettere con piacere.
Unica nota negativa, il prezzo.
Davvero esagerato in questo caso.

Titolo: Un minuto di saggezza nelle grandi religioni
Autore: Anthony De Mello
Ed: Paoline Editoriale Libri, 256 pagine, 11 euro.

Ritorno a Baraule

Una grande prova dello scrittore sardo: ci regala un romanzo che ricorda le scatole cinesi, da aprire con cura e calma anche se il ritmo e la foga della narrazione spingerebbero a strappare via tutto, come la confezione di un regalo troppo a lungo atteso.
I brevi capitoli che lo compongono non si leggono, si divorano: con una fame atavica e primitiva che avvicina il lettore ad alcune delle figure che popolano l’opera.
La difficoltà maggiore (per la quale anche io, oristanese a metà, ho avuto qualche remora nel recensirlo) è rappresentata dalle frasi in sardo stretto, prive di traduzione. Chi non mastica dall’infanzia questa lingua può avere qualche ostacolo in più: tuttavia, il significato è praticamente sempre nascosto nelle parti di testo immediatamente seguenti.
Persona netta e decisa Salvatore Niffoi.
Le prime due pagine del volume costituiscono il capitolo di apertura, e ci forniscono immediatamente il riassunto della storia che andremo ad affrontare.
Carmine Pullana è un medico sessantenne.
Decide di ritornare in Sardegna, nella Baraule che l’ha visto nascere, per tentare di mettere insieme i pezzi che ancora mancano per completare il meccanismo della sua vita. Uno scopo ben preciso: trovare questi scampoli di se prima che la malattia vinca su di lui.
Non conosce nulla di questo scampolo di Mondo: ogni viso, ogni mattone, ogni arbusto saranno per lui fonte di scoperta.
Si muove tra gli abitanti che sembrano usciti da un film, da un incubo. L’autore li tratteggia in modo così magistrale che quasi paiono tirati fuori a forza da un film impressionista tedesco dei primi anni del Novecento:
“…il volto una lastra di rame lucidato, con rilievi bruniti a sagomargli il naso e il mento a furchidda. Nella mano che quello gli porse si vedevano le vene scorrere sottopelle, gonfie e scure come radici. Dentro gli occhi a lampadina nascondeva il dolore di un bambino pentito di essere diventato grande” .
Guardandoli da lontano il nostro protagonista si domanda se ancora qualcuno possa ricordarsi di quel giorno di festa paesana così distante nel tempo.
Era stato trovato, appena nato, sulla scogliera dalle rocce rosse. Sembrava un polpo per com‘era ancora coperto di sangue. Fino a quando, spostandosi appena, scoprirono il cadavere della madre, Sidora Molas, riverso tra i flutti.
Tutto quello che sa è di essere stato dato in adozione appena imparò a camminare.
Emozionante il capitolo dove descrive la casa ed i genitori adottivi: l’amore sincero e puro, mescolato al continuo senso di inadeguatezza e alla voglia di capire davvero cosa fosse successo.
Alcuni rivivono quel giorno insieme a lui. In un modo così accurato e lucido da far capire a Carmine che il suo non fu un semplice abbandono. Ma segnò una tragedia per la piccola comunità: tanto che molti si ostinarono a dimenticare.
Cocciuto per Natura, decide di affittare una casupola in paese. E’ fermo nella decisione di raccogliere informazioni da tutti, pagando per il disturbo. E per molti la forza di obliare il ricordo cede il fianco al bisogno ed alla gola che fanno le banconote ben stirate che porge loro.
Aveva saputo che per sbrogliare il mistero della sua nascita ci sarebbe stata una sola persona in grado di aiutarlo. Purtroppo era morto anni prima. La vedova però conosce ogni dettaglio: lo invita a pranzo, iniziando a raccontare di quella tremenda giornata.
Ed il resoconto è accompagnato dal cibo semplice, costituito dagli unici prodotti che quel territorio offre: pesce e vino. Ma sorbendo la Vernaccia aspira in modo profondo e deciso gli effluvi: è la stessa che beveva il marito della donna. E come una rielaborazione della madeleines proustiane, era convinto di rivedere tutta la sequenza dalla stessa prospettiva del povero Martine Ragas, mentre la vedova di questi sembrava non aspettar altro che raccontare tutto, come se si dovesse togliere un enorme macigno dallo sterno.
Proprio da qui si apre un gorgo che Carmine mai si sarebbe immaginato, accompagnato da un genoino d’argento con delle iniziali incise e quattro torri.
Una delle sue prime tappe è in un convento, a Trachiles:
“…così Mariangela sposò Dio, che vuole bene a tutti e non sta a guardare i peli superflui di nessuno” .
Questa suora, insieme all’attempata consorella Elisabetta danno molto più che una mano al nostro protagonista: descrivono l’assassinio della madre, visto quasi per caso, ricostruendo la scena come se fosse il sacrificio di Abramo, ma con ben altro esito.
Non saranno le uniche ad aiutarlo in modo tangibile.
Altri personaggi si alterneranno per permettergli di decifrare l’enigma della sua tragica venuta al mondo.
Ed ogni volta sarà un dolore rinnovato, che diventa sempre più denso. Ma sull’altro piatto della bilancia c’è poderosa come non mai la voglia di capire il motivo per il quale una mano ed un coltello abbiano voluto scrivere in modo così atroce la prima pagina della sua vita.
Tutto il suo peregrinare ha come sfondo varie piccole realtà del territorio sardo.
Quelle dove le tradizioni non sono radicate, ma cementate dentro le persone: schive, discrete ma pronte a mostrare un lato del tutto inatteso, proprio come le distese di spinosi ma saporiti fichi d’india che accompagnano il cammino di Carmine Pullana.
Anche la vivacità dei sapori ritrovati da forza al nostro protagonista per andare avanti: i troppi anni di lavoro in ospedale l’avevano abituato a gusti neutri e sicuri. Adesso è lui il malato, ma questi accenti forti dei cibi semplici preparati in casa alla buona lo fanno tornare indietro nel tempo, spingendolo ad azzardare sempre un po’ di più.
Questo romanzo dipinge quella parte di Sardegna a molti non conosciuta: invece di una terra piena di sole e di gioia di vivere ritroviamo, quasi come in Verga, un borgo di mare ingeneroso con i pescatori che lo solcano e fonte di continue preoccupazioni per quelli che lo vivono da vicino; così le zone dell‘entroterra ed i suoi abitanti sono dipinti come roccia viva, porosa e nuda ma capace di resistere alle peggiori prove.
L’atmosfera è perennemente livida e cupa.
Quasi un’abitudine per loro: tanto che le rare occasioni in cui il cielo è terso, placido e calmo non vengono godute nella loro bellezza, ma sono continuamente interpretate come segni di qualche disgrazia imminente.
Ma c’è anche l’ironia e la voglia di vivere di questo popolo così speciale e sempre disposto a lottare.
Anche per questo trovo ottima e significativa la scelta dell’immagine di copertina: “La burrasca” di Homer Winslow, dove una donna sorregge il proprio figlio lasciandosi alle spalle un mare gonfio e fatale, rispecchia molto il comportamento di Sidora Molas.
“…divisero l’ombrello nero fino alla porta, diedero una scrollata di spalle per liberarsi dalle gocce di pioggia e, battendo i piedi su una grossa stuoia di giunchi secchi, entrarono subito in cucina. Ilaria aprì gli scurini delle finestre e accese la luce. Il filo rovente della lampadina iniziò a dar vita alle cose…” .

Anche questa volta, il mio racconto è arrivato al capolinea.
Lascio che siate voi a seguire Carmine, a memorizzare insieme a lui, riga dopo riga, tutte le versioni vere, verosimili e leggendarie che passano dalle sue orecchie e che lui annota mentalmente con la stessa identica attenzione.
Scoprirà davvero cosa sia accaduto alla madre?
Perché tanta efferatezza verso una creatura che doveva ancora affacciarsi alla vita?
E per quali motivi questa storia è tuttora fonte di dolore a Baraule?
Questo romanzo non è un giallo.
Quella successa a Baraule è una storia subdola come l’acqua del mare che si insinua tra gli scogli, si infrange sulla spiaggia e grazie alla salsedine si fissa nei corpi, negli occhi e nella memoria dei suoi abitanti.

Salvatore Niffoi, Ritorno a Baraule, casa editrice Adelphi, 199 pagg. .

Ritorno a Baraule