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Aspettando l’alba

“Ogni tanto,, a turno, ci regalava una fettina di pane sottile come un’ostia o una patata lessa, ci faceva anche dare una tirata alla sua pipa dove fumava makorka, le nervature delle foglie di tabacco non conciato.
Questo poteva accadere soltanto durante una sosta tra le nove e le nove e un quarto, quando i guardiani facevano merenda, o tra mezzogiorno e l’una quando noi sognavano di mangiare…”

Pochissime pagine.
Un libro piccolo, curato e prezioso.
Cinque brevi racconti in cui Mario Rigoni Stern racconta tanto della sua vita.
La guerra, la prigionia, l’inverno, la neve, l’amore, la fame, il Natale, la nostalgia e la solidarietà tra compagni di sventura.
Righe che sanno di gelo dentro e di come una piccolissima fiammella di fuoco possa dare calore e speranza.
È una lettura intensa, pur occupando solamente poco più di un paio d’ore.
Se come me amate questo autore, sarà un piccolo tassello in più.
Se non lo conoscete è un ottimo primo passo, in punta di piedi, per entrare nel suo mondo.
Titolo: Aspettando l’alba
Autore: Mario Rigoni Stern
Editore: Il Melangolo, 93 pagine, 11euro

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La lettera

Sempre per la serie “devi asssolutamente leggerlo!”.
Ecco.
Più che leggere qui si perde tempo.
Trama banale: di queste lettere trovate per caso dopo decenni ormai non se ne può davvero più.
La contestualizzazione storica pallida ed inutile.
Un buonismo appiccicoso ed allappante.
Più che un intreccio di vicende è un guazzabuglio di luoghi comuni ed incontri e ritrovamenti così improbabili da mettere tutto insieme in modo malfermo.
Ogni colpo di scena mi ricordava quelli che “ho tirato fuori il cappotto dell’anno scorso, ed in una tasca ho ritrovato 200euro!!!”: io è già tanto se ritrovo il cappotto.
Non la consiglierei nemmeno come sonnolenta lettura da ombrellone: è il classico brodo-di-pollo-per-l’anima scritto in modo gigione e ruffiano, per attirare chi pretende di leggere quel che vuole sentirsi dire.
Ma la lettura per scuotere deve anche essere dolorosa, straniante: altrimenti viviamo nel falpalà, ignari di tutto.

Postilla.
Io sono una teinomane seriale.
Ma leggere quasi in ogni pagina di bollitori messi sul fuoco e di cortoboranti o consolatorie tazze fumanti ha fatto saltare i nervi anche a me.

Titolo: La lettera
Autore: Kathryn Hughes
Editore: Tea, 348 pagine, 5euro

Lenti progressi in amore

“Probabilmente, più l’espressione di un desiderio è goffa e sciocca, più vi si coglie il desiderio stesso, forte al punto d’accontentarsi di quella espressione…”

Confesso di aver comprato questo librino quasi con distrazione: avete presente quando mancano pochi euro per raggiungere la soglia di spesa che fa usufruire di uno sconto?
Ecco…
Forse l’unico punto ad attirarmi fu l’ambientazione: sono da sempre appassionata lettrice di romanzi e saggi bellici.
Con sorpresa ho ritrovato entrambi in queste poche pagine.
È il racconto in prima persona di un soldato, lontano dal fronte della prima guerra mondiale: con altri commilitoni è stato mandato in campagna per un periodo di riposo.
Osserva tutto, regalandoci immagini poetiche e melanconiche.
Mai annoiate, però.
Una curiosità timida ma inzuppata di passione: e tutto l’insieme si unisce, si impegna e lotta per vincere la solitudine.
Solitudine del protagonista, che allarga la sua analisi a tutti i giovani uomini nella sua stessa situazione: la guerra, la lontananza dalla propria famiglia, il dover cercare affetto e calore da estranei pur sapendo di doverli abbandonare dopo breve tempo.

Soffermatevi sulle pagine delle donne che finiranno tra le braccia di Jacques.
Sorridere dei ricordi di zio Renard sulla Martinica.
Accarezzate il fieno, fino a sentirne il profumo.
Titolo: Lenti progressi in amore
Autore: Jean Paulhan
Editore: Il Melangolo, 104 pagine, 7euro

Operazione Jadewa

Avete anche voi una wish-list di letture?
Bene.
Grazie alla mia ho incrociato il romanzo di Marco Catana.
Ho un quaderno sul quale riporto i titoli di libri che possono interessarmi: consigli colti al volo in tv, riviste e quotidiani.
Poi, quando raccimolo abbastanza copechi per un ordine consistente ritorno sui vari siti di vendita libri e compilo la mia commessa.
Quando scegliete di visionare un titolo a fondo pagina c’è sempre una sezione fonte per me di inaspettate scoperte “Chi ha acquistato questo libro ha letto anche…” .
Ed è così che sono arrivata ad “Operazione Jadewa”.
A dire la verità spesso rifuggo da scritti di questo tipo: troppe volte mi sono ritrovata tra le dita delle pagine cariche di una melassa stucchevole ed pindarica.
“Normalmente disponibile in tre settimane”.
Troppo.
Mi rivolgo alla casa editrice, ed in due giorni è a casa mia.

Come da prefazione, quello di Catana è un vero e proprio romanzo d’azione

[…] una profonda riflessione sul mondo e sugli uomini, sulle differenze culturali che ci dividono e ci uniscono al di là delle frontiere politiche.

Sin dalle prime righe si capisce come l’autore conosca molto più che a fondo la tematica del racconto.
Alcuni lo paragonano ad Andy McNab, che anche io leggo sempre con piacere.
E non posso che confermare: sia per i particolari sulle tecniche di attacco e difesa che per le sfumature delle due religioni con le quali convive.
Tuttavia penso che Catana abbia una sensibilità più accentuata e ricca.
E tutto questo si ritrova nello stile di scrittura: i registri sono eterogenei, e vanno ad accomodarsi nei vari scenari che fanno da cornici alla narrazione.
Ad scortarli due linee rosse, sottilissime ma ben marcate.
Da una parte abbiamo la Fede: solida e prezioso cemento per le azioni dell’uomo.
Dall’altra il flusso di adrenalina che spinge ulteriormente il valore del soldato.

Il protagonista è un agente speciale italiano che troviamo in un campo di addestramento sperso in una polverosa e proibitiva porzione di terra afghana, sporco e stanco per il lungo ed arduo addestramento imposto dai suoi carcerieri.
Il motivo è semplice: sequestrare militari occidentali, trattenerli a lungo ed inculcare a forza nelle loro menti sia i dettami delle organizzazioni terroristiche (col pilastro fondamentale della religione islamica) che l’odio verso il loro Paese d’origine (che li ha abbandonati al proprio destino).
Ha superato prove fisiche impossibili, così come ore di insegnamenti per acquisire ogni minimo dettaglio riguardante la cultura ed il culto del territorio che da due anni lo sta ospitando. Questo ha fatto di lui uno dei migliori elementi, a detta del Capo:

Per questo tuo incarico non sarai elevato a Shahid. Non possiamo perderti, quindi niente missioni in cui sacrificherai la tua vita. Almeno per ora.
La settimana scorsa mi sono recato in Iran dove ho ricevuto delle direttive molto precise su come utilizzarti: una missione per screditare il Vaticano, un piano che potrebbe stravolgere il corso della storia occidentale.

Di questo disegno non vi scoprirò alcun particolare.
Perché è così ben articolato, descritto e congeniato che sarebbe un scellerato anche solo accennarne.
Ed è un qualcosa di così incredibile da lasciare di stucco lo stesso agente:

Parlammo delle armi e delle varie tecniche che pensava di utilizzare per colpire l’occidente.
In realtà sembravano più racconti di fantasia usciti dalla mente di un formidabile vignettista, piuttosto che attacchi concreti che potevano realizzarsi.

Da qui riprende il viaggio a ritroso che lo farà tornare in Europa.
Con la paura di poter essere nuovamente ceduto od ucciso.
Con lo stream of consciousness che accompagna le lunghissime ore del viaggio incappucciato.
Con Fede, Speranza ed Amore come pilastri sui quali appoggiare il senso della propria vita.

Su queste basi macina chilometri, stanchezza ed ore passate in solitudine nelle camere d’albergo.
Ed è proprio quando cerca di abbandonarsi al riposo che Catana ci regala le pagine più belle di tutto il romanzo.
Tuffi a quello che ha vissuto nel passato, che fanno sobbalzare il cuore del protagonista mentre permettono al lettore di vivere la sua fatica, assaporare quel povero cibo dal gusto a volte inesistente, di patire la sete che lo accompagnava negli allenamenti.
Ma anche di incantarsi davanti ad un tramonto nel deserto o l‘alba blu profondo di una città europea.
Di afferrare due occhi dolcissimi che ci guardano.
Di respirare insieme a lui sotto i comandi decisi ma posati del dottor Franco.

Accattivanti i cambi di ritmo.
Non sono mai monocolore: ed in questo mi ricordano il simbolo dello ying e dello yang. Una parte nera con un punto di bianco, una sezione bianca con un punto di nero.
Le situazioni di riposo sono sempre mantenute in tono dalla preoccupazione e dall’adrenalina per la missione. Perché spesso la calma può nascondere i peggiori inganni.
E le azioni in solitaria o in gruppo non sono mai una corsa a perdifiato carica di adrenalina per gigioneggiare col lettore.
C’è la mano del professionista: sa che la calma in certe situazioni può salvarti la pelle. Ed è con pazienza, sangue freddo e rapidità che permette ai nostri occhi di viaggiare veloci, paralleli ai suoi, facendoli muovere spediti tra le pagine che sembrano quasi inesistenti grazie all’attrattiva e all’eleganza della narrazione.

Una volta letta l’ultima pagina di questo libro quel che rimane è un’emozione assoluta pensando ai tanti agenti (uomini e donne) che ogni giorno lavorano negli ingranaggi dell’orologio piuttosto che come firma sul quadrante, senza foto sui giornali, senza troppi riconoscimenti pubblici ma con l’orgoglio puro che è dentro di loro.

Ed un mio pensiero è volato oltre il mare, le due e le montagne, fino ad arrivare ad un volto che ne rappresenta milioni, la giovane Jasmine

…che non aveva nemmeno il diritto di poter piangere tranquillamente…

Titolo: Operazione Jadewa
Autore: Marco Catana
Ed: Kimerik, 198 pagine, 14,50 euro.

Ninna nanna de la guerra

“Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili.

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone…”

Trilussa, 1914.