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La délicatesse

“Se ordina un decaffeinato, mi alzo e me ne vado: è la bevanda meno socievole che ci sia.
Un tè, non è molto meglio. Si capisce che passerai le domeniche pomeriggio a guardare la tv. O peggio: dai suoceri…”.
Alla fine si disse che un succo di frutta andava bene. Sì, un succo di frutta è simpatico. E’ socievole e non troppo aggressivo. Si capisce che la ragazza è dolce e equilibrata.
Ma quale succo?
“Meglio scartare i grandi classici: evitiamo la mela o l’arancia, troppo scontati.
Bisogna essere un tantino originali, senza però essere eccentrici. La papaia o la guaiava fanno paura.
Il succo di albicocca è perfetto: se lo sceglie, la sposo…”
“Prendo un succo… un succo di albicocca, credo”, rispose Nathalie.
Lui la guardò: come se fosse un’effrazione della realtà…

La leggenda del coniglio sulla Luna

“Si narra che un povero viandante giunse in un bosco, stanco ed affamato e che qui incontrò una scimmia, una lontra, uno sciacallo ed un coniglio.
Il povero viandante aveva molta fame e chiese loro aiuto; la scimmia si affrettò subito per tutto il bosco a raccogliere la frutta dagli alberi, la lontra si tuffò nel fiume li vicino e procurò dei bei pesci grossi e saporiti, lo sciacallo non sapendo che fare entrò di nascosto in una casa di umani e da lì rubò del cibo.
Tutti portarono qualcosa al povero vecchio, tranne il coniglio, che corse su e giù per il bosco indaffarato ma senza trovare nulla se non un po’ d’erba. Lo sconforto del piccolo animale lo portò a fare una scelta ardita, prese della legna e accese un fuoco e disse al vecchio che non avendo potuto trovare di meglio, si offriva a lui in pasto, e con un balzo si gettò tra le fiamme, donando le sue stesse carni.
Colpito da tanta generosità il viandante si mostrò per colui che era in realtà e cioè la divinità induista Śakra, che colpita da tanta virtù decise di immortalare per sempre l’immagine del coniglio sulla superficie della Luna…”

(La leggenda del coniglio sulla Luna)

Il necessario

“Getta la cianfrusaglia a fiume, amico!
Fa’ che la barca della tua vita sia leggera, carica solo del necessario.
Una casa accogliente e piaceri semplici, un amico o due, degni di questo nome, qualcuno che ti ami e qualcuno che tu ami, un gatto, un cane e un paio di pipe, abbastanza da mangiare, abbastanza per vestire, e un pochino più del sufficiente di roba da bere; perché la sete è una cosa pericolosa.
Vedrai che troverai più facile vogare nella tua barca ed essa non correrà tanto pericolo di rovesciarsi, e se poi si rovescia poco male; poche merci e buone, resistono all’acqua…”

(Jerome K. Jerome)

Sono ancora un bambino…

Cibo.
Il fil rouge di questa biografia è il cibo.
Dal pesto preparato rigorosamente col mortaio a pranzi e cene con attori e registi di ogni genere, da Volonté a Fassbinder, passando per la cucina di casa ed il ricordo delle donne sempre intorno ai fornelli.
Ma c’è tanto altro: riflessioni sul suo lavoro, sulla vita, la morte del figlio, il dolore della solitudine ed il manto della timidezza che avvolge tutto.
E per non lasciarsi tirar giù, i suoi congegni elettronici, lo smontare gli oggetti per capire come sono fatti, la pittura e la fotografia.
Una biografia non esaustiva, come riservata è sempre stata la vita privata di Giancarlo Giannini, ma in grado di far apprezzare al lettore il mondo del Cinema oltre il set.

Titolo: Sono ancora un bambino, ma nessuno può sgridarmi
Autore: Giancarlo Giannini G. Greison
Editore: Longanesi, 285 pagind, 16euro

Le scempiaggini dei lettori sui social network

Il mio amore per la lettura mi ha portato, negli ultimi anni, ad utilizzare la Rete per tenermi aggiornata sulle ultime novità, trovare autori e generi diversi da conoscere, evitare sòle clamorose e per confrontare il mio pensiero con quello di altre gioiose lepisme.
Ho sempre trovato romantico immaginare come persone distanti e diversissime tra loro, in un preciso momento della giornata abbiano gli occhi sulle stesse righe del medesimo romanzo.

Ed invece, quasi sempre i luoghi deputati allo scambio di opinioni diventano zone di frontiera, fra trincee e colpi all’arma bianca.
Segue un piccolo elenco degli atteggiamenti di buona parte della fauna che li abita:

1 – l’odore dei libri: ne parla e ne scrive chiunque, anche a sproposito. Da immagine se vogliamo poetica sono riusciti a trasformarlo in un appiccicosa banalità in grado di farmi volgere gli occhi al Cielo, pietendo soccorso.

2 – i libri veri sono solo quelli cartacei: anche questo è scontro quotidiano. Non discuto sulla piacevolezza del tomo, ma chi demonizza e deride tanto gli e-reader e gli e-book nove volte su dieci non ne ha mai incrociato uno. Si blatera per partito preso. E non han capito che un supporto non esclude l’altro: hanno entrambi vantaggi e svantaggi, e nella vita di un lettore possono serenamente convivere.

3 – se non ti è piaciuto un romanzo che io adoro, meriti di morire male: e quindi l’atmosfera da “volemose bene” si evolve nel peggior incubo visionario di Guillermo del Toro, in cui i fan di questo o quello scrittore si tramutano nel mostro pallido che con un morso stacca la testa alle povere fatine svolazzanti.

4 – sto leggendo questo libro, cosa ne pensate?!?: ma se lo stai leggendo, perché non ne parli tu?

5 – quando sono in treno/sala d’aspetto/in coda tutti quelli col cellulare in mano mi guardano male perché sono l’unica che legge un libro: questa è una delle tante cretinate di cui si autoconvincono i lettori sciapi. Nessuno vi guarda male. Non siete bestie rare. Magari cercano di carpire il titolo del vostro romanzo senza disturbarvi. E questa paturnia racchiude qualcosa di peggiore: oh, come sono colto, fico e controcorrente! Nanni, magari chi si distrae col telefono in tua presenza è un lettore più vorace di te, che si sta solo prendendo una pausa dalle pagine.

6 – vorrei comprare il romanzo XY, ma sono più di ottocento pagine, è un mattone o ce la farò a finirlo?!?: lo leggo sempre più spesso, e mi intristisce pensare che nel 2017 si giudichi un libro dalla sua mole.

7 – i libri non si sottolineano: se è mio sono libera di farci quel che mi pare. Io detesto gli evidenziatori, anche per lo studio. Ma i miei libri sono sottolineati con matite colorate, od una classica BIC rossa. Negli spazi liberi annoto quel che voglio ritrovare nel tempo. A volte scappa anche un’orecchia…

8 – quelle che per acchiappare qualche “like” in più, fotografano le loro cosce nude con la copertina del libro appoggiata sopra: mettelo sul lettino, od immortalatelo con le onde sullo sfondo, non svendetevi come bieca macelleria.

9 – ed infine… quella stramaledetta immagine che recita “ci sono donne come me, che preferiscono riempire la libreria e non la scarpiera!”: non solo una sciocchezza, ma qualcosa di irritante. Come un cliché stucchevole che vuole le donne curate come superficiali e limitate: delle oche giulive senza neuroni. Vi avviso che si può leggere anche in tacchi alti e ben vestite…

Torno fra i miei volumi.
L’angolo della lettrice brontolona si chiude qui.
Per ora…

I promessi elfi

Sono membro ufficiale della schiera di odiatori de “I promessi sposi”.
Da sempre.
E non incolpo la Scuola: ho avuto due splendide insegnanti nei primi anni delle superiori, che spiegavano con competenza e passione.
È sempre stato tutto l’insieme ad annoiarmi.

Poi mi arriva fra le mani questa riscrittura, in chiave elfica.
La mia prima reazione è stata di volgere gli occhi al cielo e chiedere perchéame?!?
Ed è anche durata per parecchie pagine.

È bastato entrare nel mood della scrittura.
Ed ecco che le mie domande e perplessità hanno avuto una visione più limpida.

Una lettura per ragazzi, scritta con una penna lieve e piena di armonia.
Che non vuole né stupire né strafare.
Semplicemente accompagnare in uno scenario nuovo: attraversare la Storia conosciuta ed i drammi di una popolazione allo stremo, ma avendo come guida l’amore tenero e puro di due giovani elfi.
Ragazzi che si amano, si cercano e battibeccano: come deve succedere in ogni coppia degna di questo significato.

Un plauso per aver scritto tutto il necessario, con informazioni e garbati abbellimenti, in pagine che scorrono fluide e veloci.
Nulla infatti appesantisce la lettura: voli pindarici, dolcezza stucchevole o nozionismo da ricerca del barometro sull’enciclopedia sono per fortuna non solo assenti, ma anche egregiamente sostituite da uno stile che spinge a leggere anche gli altri lavori dell’autore.

Titolo: I promessi elfi
Autore: Daniele Bello
Editore: Astro edizioni, 11euro.

La lettera

Sempre per la serie “devi asssolutamente leggerlo!”.
Ecco.
Più che leggere qui si perde tempo.
Trama banale: di queste lettere trovate per caso dopo decenni ormai non se ne può davvero più.
La contestualizzazione storica pallida ed inutile.
Un buonismo appiccicoso ed allappante.
Più che un intreccio di vicende è un guazzabuglio di luoghi comuni ed incontri e ritrovamenti così improbabili da mettere tutto insieme in modo malfermo.
Ogni colpo di scena mi ricordava quelli che “ho tirato fuori il cappotto dell’anno scorso, ed in una tasca ho ritrovato 200euro!!!”: io è già tanto se ritrovo il cappotto.
Non la consiglierei nemmeno come sonnolenta lettura da ombrellone: è il classico brodo-di-pollo-per-l’anima scritto in modo gigione e ruffiano, per attirare chi pretende di leggere quel che vuole sentirsi dire.
Ma la lettura per scuotere deve anche essere dolorosa, straniante: altrimenti viviamo nel falpalà, ignari di tutto.

Postilla.
Io sono una teinomane seriale.
Ma leggere quasi in ogni pagina di bollitori messi sul fuoco e di cortoboranti o consolatorie tazze fumanti ha fatto saltare i nervi anche a me.

Titolo: La lettera
Autore: Kathryn Hughes
Editore: Tea, 348 pagine, 5euro