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Pantumas

“Diceva sempre che per un vero uomo nella vita bastavano tre cambi di pantaloni.
Uno per cagarsi dalla paura, l’altro per pisciarsi dalla gioia, l’ultimo paio per sposarsi e per morire, come se l’amore e la morte fossero la stessa cosa…”

Salvatore Niffoi è uno degli scrittori che porto nel cuore da tanti anni.
Metà della mia famiglia è sarda, di quelle zone aspre e meravigliose fortunatamente ancora fuori dalle rotte del banale turismo.
Tra le sue pagine ritorno a casa.
Nel senso più intimo e denso: rivivo i ricordi dei parenti che non ci sono più, e quelli delle mie mani e dei miei occhi.

E dalla penna di Niffoi tutto si intreccia.
Tradizioni e leggende.
Racconti e prese in giro.
Il profumo delle mandorle ed il tanfo delle viscere di animali o uomini squartati.
Nulla viene tralasciato: dalla poesia nel descrivere un paesaggio, alla concretezza naturale e mai edulcorate per raccontare le varie pene e piaceri del corpo umano.

Pantumas racconta del paese di Chentupedes, nel quale è tradizione morire sempre in coppia per farsi forza reciprocamente nel viaggio verso nostro Signore.
Ed tutto pernea sulla morte del nonno del narratore.
Morte e ritorno per accogliere la supplica della vedova, che vuole morire con lui.
Con Lisandru arrivano anche delle bobine.
Il film della sua vita.
Che non sarà solo intrattenimento per amici e familiari accorsi a festeggiarlo.
Ma servirà soprattutto a svelare tanti misteri della piccola comunità, fino ad allora gelosamente custoditi con balentia ed attenzione.

Alla fine vi lascerà una nostalgia leggera, e la voglia di sapere come è continuata dopo l’ultima pagina.
Se non siete sardi, all’inizio la lettura vi potrà sembrare ostica.
Proseguite.
Lasciatevi cullare da una lingua magica e pronta ad accogliervi tra le braccia.
Titolo: Pantumas
Autore: Salvatore Niffoi
Editore: Feltrinelli, 171 pagine, 16euro

La cena

“Ma c’era qualcosa, un che di diverso, come in una camera da cui in tua assenza qualcuno ha fatto sparire tutti i fiori: un cambiamento che inizialmente non si nota, fin quando non vedi spuntare gli steli da sotto il coperchio della pattumiera…”

Un romanzo non semplice.
Teso, orribilmente teso: anche nelle pagine più tenere, nei gesti colmi di amore, c’è sempre inquietudine.
Leggendo è naturale domandarsi più volte: fin dove i genitori siano disposti ad arrivare per difendere i figli, e quanto il loro percorso sia per salvare gli eredi oppure per salvare il loro ruolo.
Due fratelli e le rispettive mogli tentano di parlare.
I figli hanno ucciso una senzatetto, il filmato della loro azione sono ovunque ma nessuno li ha individuati: la scelta è tra denunciarli alla polizia, oppure tacere, aspettare che qualche disgrazia maggiore vada ad occupare telegiornali e trasmissioni di approfondimento, che quella donna venga dimenticata.
Paul è la nostra guida nella narrazione, che di continuo mescola salti tra passato e presente, passando per stanze di ospedale, aule, la casa in disordine ed il disagio anche fisico di quella cena obbligata.

Koch è dotato di un’intensità narrativa magistrale: difficile staccarsi dalle pagine quando descrive i danni di un pestaggio, così come durante le lunghe spiegazioni dei piatti sciorinate da un borioso maître.
Noia, angoscia, dolore, sfiducia, sorrisi beffardi e paura che nasconde un coraggio inaspettato.
Tutti ingranaggi di un romanzo perfetto.

Titolo: La cena
Autore: Herman Koch
Editore: Neri Pozza, 255 pagine, 9euro

Una testa selvatica

Tutto in questo romanzo è di una dolcezza improvvisa e concreta.

Il grande Germain, la piccola ed allegra Margueritte, i romanzi, il dizionario, gli amici del bar.

Amori, battute, piccoli drammi ed il dolore di una vita non facile.

Le pagine volano via da sole in poco tempo.

Non vi scrivo oltre, perché sciuperei il bello della scoperta, ma vi lascio questa citazione:

“Amare è una parola molto violenta, bisogna esserci abituati.
Se ti è stata ripetuta tutti i giorni, fin da piccolo, è sicuramente più semplice pronunciarla.
Se però non te l’hanno mai detta fino ad un’età già avanzata, fa fatica a uscire, ti si blocca in gola.

[…]

le loro coccole sembrano lacci, ti fanno venire voglia – perlomeno a me – di tagliare la corda, e di corsa…”

Titolo: Una testa selvatica
Autore: Marie-Sabine Roger
Ed: Ponte alle Grazie, 189pagine, 14euro

La chiave di Sarah

Difficile.
Davvero difficile per me criticare un romanzo.
Soprattutto su un argomento così delicato, ed a me particolarmente caro e sentito.

Non vi racconterò troppo della trama.
Scoprirla pagina dopo pagina è una dolorosa ma necessaria lettura.
Che vi darà spunti per orientarvi verso altri testi.

Cuore di tutto è la piccola Sarah.
Testimone involontaria ma lucida di una dei tanti bambini rastrellati con le loro famiglie a Parigi, il 16 luglio 1942, e stipati nel Vélodrome d’Hiver.
Una delle tante tragedie che colpirono l’Europa in quegli anni, ma stranamente poco conosciuta al grande pubblico.
Per un rapido approfondimento, vi consiglio: http://it.wikipedia.org/wiki/Rastrellamento_del_Velodromo_d’Inverno

Una chiave.
Oggetto piccolo, ma prezioso e vitale.
E’ la chiave dell’armadio dove Sarah chiude il suo amato fratellino Michel, dopo che i poliziotti hanno fatto irruzione nella loro casa.
L’armadio.
Il loro posto magico e segreto: non è un mobile, ma un gioco di porte che cela il vero e proprio armadio realizzato come una nicchia nel muro; e la serratura è invisibile, perché nascosta da un finto interruttore della luce.

La narrazione è tanto semplice, quanto terribile: proprio perché filtrata dagli occhi di una creatura spaesata, impaurita, ma determinata a tornare nella sua casa per riabbracciare il fratello.
Tutto è grande, immenso: dalla folla delle persone accalcate e disperate, agli stivali dei militari che passano loro accanto.
E la scrittura è così curata ma immediata da rendere il testo fruibile da chiunque: giovani ragazzi al pari di adulti.

Perché mi ha fatto fortemente storcere il naso?
Il romanzo è strutturato a capitoli alternati: in uno, il racconto di Sarah, nell’altro il racconto della giornalista che ricostruisce tutta la vicenda, partendo da un appartamento parigino da anni proprietà della famiglia del marito.
E poteva essere un’ottima soluzione stilistica.
Peccato che questa parte di inchiesta dapprima è troppo melensa e sentimentale (alcune descrizioni del consorte sono tragicomiche), quanto la descrizione della famiglia diventi grottesca, in modo scontato ed insopportabile: peggiora ulteriormente negli intrecci.
Il voler mettere troppa carne al fuoco ha slegato tutto: ed ogni particolare, ogni scoperta, ogni intreccio diventato debolissimi ed inverosimili, fiaccando un romanzo piacevole.

Infatti, a mio modesto parere, la narrazione del percorso di Sarah è davvero ben scritto: mescola con sapienza paure e tenacia di una bimba testarda, con una meta precisa.
Il racconto della ricerca che ha portato alla scoperta di questa vicenda è… troppo: ridimensionandolo, curandolo meglio, sfrondando le inutilità sarebbe stato ottimo traliccio per tutta la narrazione.
Ed il romanzo avrebbe guadagnato in fluidità e tensione.

Consiglio la lettura?
Ni.
Solo se siete curiosi di scoprire dove sia arrivata quella famosa chiave.

Titolo: La chiave di Sarah
Autore: Tatiana De Rosnay
Editore: Mondatori, 320 pagine, 9.50euro

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Capelli verdi

Mi piacciono i giri in macchina, lo sai.
Adoro che mi si porti in giro senza meta a conoscere gli angoli meno battuti della città, così come a sforare leggeri oltre le mura.

– Oh, che peccato!
– Che succede?
– Hanno chiuso il locale di Sandro, era un’istituzione qui, i suoi fritti erano… perché mi guardi?
– Come conosci Sandro?
– Beh, io dai venti ai ventitré anni ho vissuto qui.
– Ah, si?
– Fai ridere anche me, per favore…
– Dove abitavi allora?
– Qui vicino, praticamente sopra la fermata della metro.
– Verdi.
– No, era via…
– Verdi.
– Ti dico di no.
– Si: avevi i capelli verdi.

In silenzio, come due ebeti.
Eppure in quegli attimi di silenzio, ecco: li ci siamo amati, davvero.
Tutti quegli anni, cancellati di colpo.
Io avevo di nuovo i miei capelli lunghissimi e mossi, e tu appena più lunghi di come li porti ora.
Mi accarezzi come fai sempre.
Lasci scivolare la mano lungo l’orecchio, la guancia, le mie labbra che baciano il palmo salato.
Siamo diversi: sono diversa.
Bella come prima che la malattia mi mangiasse anche l’anima.
Meraviglioso tu, come ora.
Non siamo più qui.
Guardandoci negli occhi siamo dove sempre abbiamo desiderato.
Pian piano tutto si materializza.
Le montagne.
Quelle vere, dure e difficili che abbiamo scoperto di amare entrambi.
Le piante di noci.
L’ombra.
Il fresco tagliente.
I bambini che ridono, e non serve nemmeno girarmi per capire che state combinando qualcosa.
Sento i sorrisi a bocche piene.
Bocche piene dei pezzetti di crostata che continui a dar loro di nascosto.
Sorrido anche io.
Facendo finta di non accorgermi di nulla.

Mi asciughi le lacrime prima di scendere dalla macchina.
Dobbiamo andare a pranzo.
– Non piangere, piccola mia: non piangere più…

(Balente – 25 settembre 2014)

Capellii