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L’amore è per la mattina…

“L’amore è per la mattina” disse, “dopo una lunga notte passata a letto insieme”.
Sedevamo al tavolo di casa sua: le uova fumavano davanti a noi e una bottiglia di latte aspettava di riempire i bicchieri vuoti.
“Perché la mattina?”, chiesi.
“Perché di mattina” rispose lui “sei appena sveglio…” sbadigliò e poi sorrise come una battuta che io non capivo.
“Appena sveglio? Cosa vuoi dire? E comunque l’amore non si dovrebbe fare di notte a letto?”
Lui si limito a sorridere, poi senza guardare si versò il latte nel bicchiere mi tese la bottiglia.
“Perché non di notte?”, ripetei.
La sera prima ci eravamo incontrati, avevamo parlato ed eravamo andati lì a casa sua: avevano fatto del sesso, c’eravamo addormentati… e ammesso che l’amore esista, non era quello il posto in cui cercarlo?
In quel momento ricordai dei sogni interrotti dalle sue mani che mi risvegliano quando mi aveva preso una seconda volta mentre facevo finta di dormire.
Lo guardai versandomi il latte nel bicchiere, me rovesciai solo qualche goccia e gli restituì la bottiglia.
Lui si alzò, mi si avvicinò tanto che la bianca pianura della sua pancia e mi riempi la visuale e l’odore del suo inguine mi invase le narici.
Chinai la testa con la bocca aperta, pensavo fosse quello che voleva ma lui mi spinse indietro: si mise le mie spalle dietro la sedia, mi strinse, mi baciò e mi fece scorrere tra le gambe la bottiglia fredda del latte, e poi disse “John: questo non è solo l’amore e l’amore non è tutto qui…”.
Sollevò la bottiglia mezza vuota e fece girare il latte al suo interno, quindi lo appoggio sul tavolo e mi passo la mano bagnata sulla schiena sì fermo alla base della colonna vertebrale e mi gratto piano con dolcezza.
Rabbrividii mentre l’acqua fredda mi scorreva sulle cosce, poi mi girai sulla sedia e gli misi la mano, la mia mano grande e sgraziata sul petto.
Ciascun dito preso una costola come un naufrago che si aggrappa alla zattera di salvataggio.
Ma il pollice danza sul suo cuore, da solo, incerto.
Mi arresi e mi avvicinai.
Gli appoggiai l’orecchio sul torace, lo circondai con le braccia e giacqui come un nuotatore che ha raggiunto la fine dell’oceano.
“L’amore è per la mattina…” ripetè Martin, mormorando mille parole alll’orecchio che baciava con le labbra asciutte,e intanto muoveva la mano bagnata su e giù lungo la mia schiena facendomi desiderare… il nulla “dopo una lunga notte passata a letto insieme…”.
Sotto il mio orecchio il suo cuore muove un fiume di sangue nel suo corso.
Ed a quel pensiero una parte di me rabbrividì, un’altra si sentì scaldare…”

Titolo: Martin e John
Autore: Dale Peck
Editore: Feltrinelli, 165pagine, 13euro

Cinquemila dollari e un diario per morire

Jerry McDonald si è accampato in un bosco dell’Oregon a pochi chilometri da una strada statale.
La neve lo ha sorpreso e lui è rimasto intrappolato con il suo pick up.
Era il 7 febbraio.
Lo hanno trovato senza vita dopo quasi 70 giorni. Accanto una sorta di diario su un rudimentale calendario: l’ultima volta che ha scritto qualcosa era il 15 aprile. Poi più nulla.
McDonald, 68 anni, è un tipo po’ strano: ha rotto da tempo i rapporti con la famiglia e se ne va in giro per l’Ovest a bordo di un vecchio camioncino.
È così che arriva verso il 7 febbraio nei pressi di Marion Forks, Oregon, località a 140 chilometri a est di Salem.
L’uomo si infila in una stradina di montagna e sceglie una radura per accamparsi. Ha qualche scorta, molto carburante, un sacco a pelo e vestiti pesanti. Ma non possiede né bussola né cellulare. Qualche giorno dopo inizia a nevicare. McDonalds, il 2 marzo, scrive sul diario: «Intrappolato, ha nevicato dal 14».
Jerry ha cercato di tornare sulla statale, ma il pick up si è impantanato nonostante avesse le catene e la trazione sulle 4 ruote. Ha provato a tirarlo fuori con il crick, ha usato dei rami e pezzi di legno per evitare che le ruote slittassero. Ma non c’è stato nulla da fare. Rassegnato, Jerry si è scaldato a bordo del camioncino – aveva molta benzina – e per dissetarsi scioglieva la neve. Non è chiaro quanto cibo avesse, anche se lo Sceriffo ritiene che ne avesse poco.
Stranamente non ha cercato di allontanarsi a piedi: poteva raggiungere la statale e primo a poi qualcuno sarebbe passato.
Invece è rimasto lì avvolto nel suo sacco a pelo ad aspettare un aiuto che non è mai arrivato.
In una borsa 5 mila dollari in contanti e il diario.
L’autopsia ha accertato che è morto per il freddo e la fame.

Fonte: Corriere della Sera.

Più leggo questo articolo, più mi domando se è stato un incidente o un suicidio che non voleva passare inosservato…

La guerra acerba

Scrivere la recensione per questo romanzo-biografia è una bella sfida.
Devo ammettere di averlo approcciato con estrema diffidenza, soprattutto a causa della prefazione: infatti, viene impressa nelle pagine una sorta di monito sul dover leggere ed ascoltare i racconti di tutti colori che hanno vissuto da bambini o da adolescenti le guerre del Novecento.
Ma il tutto era esposto con un tono così enfatico quasi a dimenticare la mole di biografie esistenti in merito.
Fortunatamente il romanzo ha una piega molto piacevole.
E’ il diario di quella che è ancora una bambina di un paesino del centro Italia negli anni dello “splendore” fascista, e che successivamente ritroviamo giovane donna alla fine della Seconda Guerra Mondiale in una Roma pesantemente ferita.
Si alternano in modo decisamente interessante due registri.
Da una parte abbiamo la ricostruzione storica del conflitto: con uno stile corposo ma estremamente scorrevole l’autrice ci mette nella prospettiva della piccola protagonista, una bambina affamata di notizie. Così difficili da reperire durante la guerra: ma ogni brandello di quotidiano, ogni radiogiornale rubato da una finestra aperta, le notizie che arrivavano tra le lacrime degli sfollati…tutto questo ci rende una cronologia precisa e puntuale delle battaglie.
Grazie agli sforzi della piccola la composizione del quadro appare chiara e dettagliatissima al lettore.

“Ma tu come fai a sapere queste cose ?” chiesi un po’ sospettosa.
“Basta leggere anche la stampa straniera…”
In quel momento entrò il professore, e tutti prendemmo posto nei banchi. Ma io ero rimasta come aggrappata all’ultima frase di Sandrini, e mi chiedevo dove trovasse la stampa straniera. Di sicuro non nelle normali
edicole. Poi all’improvviso ebbi come un lampo, una schiarita: l’Osservatore Romano.
Già, l’organo del Vaticano era la voce di un altro stato, e si poneva al di sopra delle parti, quindi riportava anche delle notizie che sulla nostra stampa non passavano.
[…]
Invece da noi cominciava a farsi sentire un’altra voce, che divenne sempre più importante: Radio Londra. Le sue trasmissioni erano precedute da tre colpi di gong, ripetuti mi pare tre volte, ed erano molto brevi, divise tra notizie e commenti, secondo la migliore tradizione anglosassone. Ma nonostante la brevità erano sempre molto esaurienti.

Dall’altra parte abbiamo invece la vicenda personale della sua famiglia, delle compagne di scuola e degli amici che si conoscono da sempre.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, sboccia il cuore centrale del romanzo.
Il carattere e le idee della protagonista cambiano man mano che la guerra si avvicina al suo paesino: non c’è più l’angolo di Paradiso tranquillo e protetto, l’orrore non è lontano e le immagine edulcorate del Duce come eroe assoluto e del Regime indistruggibile si sgretolano ad ogni colpo di cannone, ad ogni colonna di fumo che appena si scorge da lontano, ai messaggi che i soldati riescono a mandare a casa.

Io ero molto orgogliosa di queste vittorie, tanto più che non si parlava mai dei morti che erano costate, soprattutto dei nostri morti, mentre si poneva l’accento sulle “perdite” del nemico. Ma perdite si sa, è una parola astratta che non ti fa pensare ai cadaveri, ai corpi straziati, mutilati, al sangue, alle ferite.
[…]
Non era difficile credere che quelle cose fossero vere, anche se non si leggevano mai sui giornali né si ascoltavano alla radio. C’era una specie di tam-tam sotterraneo che raggiungeva le famiglie dei militari, le quali poi diffondevano le notizie tra amici e conoscenti, come faceva Corrado. Sua madre, inoltre, era l’immagine vivente del dolore: aveva sempre gli occhi arrossati, e appena qualcuno le chiedeva notizie del figlio, lei scoppiava a piangere. Senza volerlo, rappresentava la più efficace contropropaganda agli organi del regime, che esaltavano l’eroismo e il valore espressi dalla guerra.

Quindi, a fine lettura, il mio giudizio è notevolmente mutato.
Se ad un appassionato di Storia può sembrare un’opera piena di arzigogolature ed un po’ troppo schematica nei contenuti, “La guerra acerba” a mio avviso è un ottimo romanzo da proporre in una fascia di età tra i dodici ed i quindici anni.
Per la puntualità nelle ricostruzioni.
Per la storia della protagonista, che nonostante il periodo drammatico ha tutti i sentimenti, i sogni e le paure di ogni adolescente.
Per tutti gli ottimi spunti di ricerca ed approfondimento che riesce ad offrire.

Ed anche perché, in fondo, mi ha ricordato una piccola Balente che cercava tutte le notizie possibili sulla guerra ed Golfo e su quella dell’ex Jugoslavia…

Titolo: La guerra acerba. Il secondo conflitto mondiale visto con gli occhi di una ragazzina
Autore: Gabriella Parca
Edizioni: TEA, 208 pagine, 10euro.

Patagonia Express

Rapporto difficile con questo romanzo breve. Mi è stato regalato una decina di anni fa dalla classica persona che dandomelo ha sentenziato “Tanto tu leggi un po’ di tutto…” . Furente per quella frase lo buttai sulla libreria, senza dargli troppa considerazione. E poi avevo letto da poco “In Patagonia” di Bruce Chatwin: pensavo che nessuno potesse descrivere quei posti come lui.
Ed infatti Sepulveda ci regala qualcosa di diverso.

“Patagonia Express” non è il racconto di un viaggio.
E’ entrare nel cammino, nel modo più intimo possibile: curiosando tra le pagine del diario compilato dal narratore. Definirlo registro però è riduttivo. Il narratore scrive con dovizia di particolari sulla mitica moleskine, il taccuino nero con l‘elastico ora tornato di gran moda: ai tempi era però in via d‘estinzione, dato che i suoi storici produttore avevano deciso di cessarne la produzione.
Curiosa la mano che gli ha permesso di conoscere ed apprezzare questo indispensabile supporto per le sue memorie: ma lascio a voi il piacere della scoperta.

Ed è proprio grazie a questo mitico taccuino che la lettura risulta particolarmente rapida ed agevole: è un reportage preciso e puntuale, dettagliato quel tanto che basta per far allargare gli occhi e guardare lontano, ma lo stile è sintetico, asciutto, quasi giornalistico. Un percorso particolare quello intrapreso dall’autore. A guidarci sono le sue emozioni: le stesse di chi può ritornare al suo Paese natio dopo aver scontato tanti anni di esilio forzato. Curiosamente la sua Terra è l’unica dove il lettore viene condotto solo alla fine, quasi di sfuggita.

Il viaggio inizia a bordo del “Colono”, una nave mercantile che trasborderà lo scrittore per il Pacifico, fino all’arrivo in Patagonia. Ed è proprio su questo cargo che iniziano gli appunti del percorso: le descrizioni dei visi, dei modi di fare e degli atteggiamenti dei compagni di traversata vengono resi con la gioia di chi sta per riabbracciare un popolo che conosce bene unita alla soddisfazione di non averne dimenticato i tic, le manie, le esagerazioni così come la delicatezza nel cogliere i dettagli.

Un pensiero che accomuna Sepulveda allo scrittore Theroux è come l’Argentina sia un universo dove le vie di mezzo non esistono: si passa dall’enormità dello spazio deserto alla vista di un fiore minuscolo.
E qui non ci si può esimere dal ricordare la struggente storia della rosa di Atacama: uno dei passi più intensi di tutto il romanzo, che non descrive solo un ciclo botanico ma soprattutto il carattere di un popolo. Decisamente interessanti sono i due diversi livelli utilizzati per la descrizione dei personaggi. Da una parte si trovano quelli reali (viventi o meno): vecchi amici dello scrittore e nuovi compagni di avventura. Dall’altra alcuni che escono dalle leggende popolari, così come dalla Storia più recente: dalla leggenda cinquecentesca cilena di Arias Parado Maldonado, fino alla cittadina di Jaramillo ad inizio Novecento, dove uno scontro tra indios e peones finì nel sangue. La nostra guida viaggia anche in aeroplano, regalandoci la parte più spassosa del diario. Sia per i pittoreschi compagni di sventura che per l’incontro con un nuovo insospettabile amico, lo sgangherato Capitan Palacio. Mai strambo quanto il Premio Nobel che si finge falegname.

L’appuntamento più emozionante, tanto per Sepulveda quanto per il lettore, si trova nell’ultimo capitolo: a Santiago del Cile incontra l’esploratore e scrittore Francisco Coloane, i cui diari di viaggio tanto l’hanno fatto sognare in gioventù. Le parole scorrono troppo veloci, quasi ansimanti per riuscire a far capire quanto gli stia scoppiando il cuore dalla gioia. Le opere di Coloane le ha divorate anche colei che vi sta scrivendo questa recensione: la sua emozione è diventata la mia.
Paradossalmente, concludiamo con il titolo. Nella versione originale è “Al andar se hace el camino, se hace el camino al andar”, riprendendo un verso dell’opera forse più conosciuta del poeta e scrittore spagnolo Antonio Machado, e sempre dedicata al viaggio, non solo come movimento fisico:

Camminante, sono le tue orme
Il cammino, e nulla più;
Camminante, non c’è cammino,
il cammino si fa andando,
Andando si fa il cammino,
e a volger lo sguardo indietro
si vede il sentiero
che mai può essere calpestato di nuovo.
Camminante, non c’è strada
se non una scia nel mare…

In realtà il viaggio sulla Trochita (il Patagonia Express, appunto) appare solamente in uno dei capitoli finali. I posti a sedere scomodi, la stufa a legna di competenza dei viaggiatori, sia per riscaldarsi che per cucinare. Infatti il viaggio è lunghissimo: la locomotiva a vapore procede a passo d’uomo con troppe fermate anche per approvigionarsi dell’acqua necessaria.
Il tragitto di questo convoglio (anche nella versione più comoda e moderna) è attuabile anche oggi. Il viaggio è lungo poco più di 400 chilometri, partendo dai piedi delle Ande fino al Rio Negro, da Esquel fino a Jacobacci, percorrendo buona parte del suolo argentino. Gli ambienti sono più confortevoli ora ed il viaggio è possibile solo da Esquel a El Maitén. Quasi sette ore di viaggio descritti ancora oggi come indimenticabili.
Forse è stato proprio il fascino di questo treno a stregare i traduttori, proprio com’è successo a Sepulveda:

“Il sole tramonta ad ovest, si inabissa nel Pacifico, e i suoi ultimi riflessi proiettano sulla candida pampa l’ombra del Patagonia Express che si allontana in senso contrario, verso l’Atlantico, là dove iniziano i giorni…”

Se tenendo questo piccolo volume tra le mani avvertite una strana arsura, è sicuramente colpa di tutto il vento e la polvere descritti dall’autore. Potete fare come lui: sedervi un attimo e godervi un mate caldo, sorseggiandolo piano con la vostra bombilla.

Luis Sepúlveda, Patagonia Express, casa editrice Guanda, 130 pagg. .

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