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Il parrucchiere di Auschwitz

“Mutze ab! Wegtreten!” urlò un tizio dall’aspetto imponente, con il busto stretto in una giacca nera avvitata, pantaloni e stivali da equitazione.
Il direttore di un circo, pensò Maurizio, ecco cosa sembrava, quel circo da cui adesso migliaia di uomini si allontanavano, calcandosi di nuovo il berretto sulla fronte, rilassando la schiena curva e trascinandosi verso le baracche.
Un circo, si ripetè, senza trapezisti né giocolieri, solo schiere di pagliacci pallidi e tristi, la cui apparizione suscitava ogni volta le stesse risate sadiche fra il pubblico delle prime file…

Romanzo strano.
Bellissimo.
Ma sono entrata dopo qualche pagina nei continui tuffi tra passato e presente.
Due voci narranti, per due vite che si intrecciano: quelle del nonno e della nipote.
Il rastrellamento del ghetto di Roma.
La tenerezza, la paura, i nascondigli e la vita nel campo di concentramento, la speranza di una vita oltre tutto l’orrore.
I capelli, folto fil rouge di tutta la narrazione.
E tutto è unito dall’amore.
Non un sentimento melenso, appiccicoso od onirico.
È un amore passionale, carnale, ricco di colori: avvolge ogni momento, ogni cambiamento repentino di scenario, ogni lacrima ed ogni nuova gioia.
Riesce ad essere intenso e violento quanto il dolore.

Una pagina in particolare mi ha mozzato il respiro.
Il protagonista sfoglia le fotografie che immortalano la sua amata.
Non la voglio citare: sono sicura che avrete la stessa mia reazione leggendola.

Quest’opera di Paradisi gonfia ancor di più la già vasta scelta di titoli sullo sterminio nazista.
Eppure è tutto raccontato in un modo nuovo, non scontato, non standardizzato.
Una lettura che scorre veloce.
Che ci farà riflettere a lungo.

Titolo: Il parrucchiere di Auschwitz
Autore: Éric Paradisi
Editore: Longanesi, 206 pagine, 12euro

Manine

Mattinata gelata.
O forse è il freddo dell’ennesima notte insonne.
Ore speciali queste, soprattutto in un giorno di festa.
Tutto è ancora immobile: le nuvole e l’erba, le automobili ed i cani, le girandole ed i panni dimenticati stesi.
Sale appena, lenta e greve, la fettuccia di vapore dal mio cappuccino.
Agguanto la tazza ed al primo sorso sorrido.
Sono tanti, troppi anni, che giro per ospedali: ed ancora non ho finito.
Il mio corpo ha subito evoluzioni continue: terribili, buffe ed a volte grottesche.
Ma è stato costantemente amato e vissuto come piccola ed esclusiva opera d’arte grazie a tutto quel che mi succedeva.
I capelli persi, e ricresciuti in modo irriconoscibile.
La magrezza eccessiva e serica, come i tanti pannicoli in più che mi facevano somigliare ad una caricatura.
Il dolore che ovattava i suoni ed il suo scemare all’improvviso, come quando sistemo meglio il jack delle cuffie ed il suono arriva come un boato.
Le mie mani, no: loro non sono mai cambiate.
Grande e grossa, ho sempre avuto manine da bimba: piccole, morbide, con un velo di leziosa ferocia e con le fossette sul dorso.
Ancora oggi quando applico lo smalto, l’effetto è quello di averlo rubato alla mamma.
E sorrido perché nonostante tutti questi anni, tra malattia e lavori convulsi, loro sono rimaste identiche.
Conservando la tenerezza, la grazia e la dolcezza che ho sempre avuto e voluto nella mia vita: lottando ed accogliendo.

Nuca

C’è poi quel piacere.
Quello inaspettato.
Dove la sensualità che spacca i muri non ha bisogno di tacchi, camiciole scollate o rossetti color marsala.
Ora no.
Basta qualche capello che sfugge dalle forcine, e ricade assonnato sulla nuca di una sconosciuta.
È più di uno sguardo arrivato distrattamente negli occhi pigri di un lunedì.
Ma dalle pupille si espande e si insinua in ogni fibra.
Come il primo caffè bevuto di furia in una mattinata gelata…

(Neve Snowhip, io 09 febbraio 2015)

Nuca

Capelli

Strano.
Ho quelli che da piccola chiamavo “i fastidi”.
Piccolezze che fanno sentire non del tutto a proprio agio.
Ma cosa?
La maglia è tra le mie preferite, e sta benissimo.
I pantaloni morbidi, ipercomodi.
Le scarpe, il montgomery, il trucco: tutto perfetto.
I manici della borsa scivolano un poco: che sian loro?
No.
Capisco guardandomi in una vetrina.
E rido, come non mi succedeva da tempo.
I capelli.
Dopo anni stanno ricrescendo beati e selvatici.
Rossi.
I ricci appena accennati ora.
Ma che presto diventeranno intricati come rovi di mirto.
Liberi da tutto.
Con quella perenne aria di vacanza tra acqua di mare e scogli.
Ed io sorriderò seduta alla scrivania.
Aspettando con ansia di uscire.
Tornare a casa e lasciarmi spettinare da te.
Perché i miei capelli non sono mai stati così belli prima di incontrar le tue dita, e lasciarle perdere come in un labirinto…

(Neve Snowhip – 24 gennaio 2015)

 

Capelli

Capelli verdi

Mi piacciono i giri in macchina, lo sai.
Adoro che mi si porti in giro senza meta a conoscere gli angoli meno battuti della città, così come a sforare leggeri oltre le mura.

– Oh, che peccato!
– Che succede?
– Hanno chiuso il locale di Sandro, era un’istituzione qui, i suoi fritti erano… perché mi guardi?
– Come conosci Sandro?
– Beh, io dai venti ai ventitré anni ho vissuto qui.
– Ah, si?
– Fai ridere anche me, per favore…
– Dove abitavi allora?
– Qui vicino, praticamente sopra la fermata della metro.
– Verdi.
– No, era via…
– Verdi.
– Ti dico di no.
– Si: avevi i capelli verdi.

In silenzio, come due ebeti.
Eppure in quegli attimi di silenzio, ecco: li ci siamo amati, davvero.
Tutti quegli anni, cancellati di colpo.
Io avevo di nuovo i miei capelli lunghissimi e mossi, e tu appena più lunghi di come li porti ora.
Mi accarezzi come fai sempre.
Lasci scivolare la mano lungo l’orecchio, la guancia, le mie labbra che baciano il palmo salato.
Siamo diversi: sono diversa.
Bella come prima che la malattia mi mangiasse anche l’anima.
Meraviglioso tu, come ora.
Non siamo più qui.
Guardandoci negli occhi siamo dove sempre abbiamo desiderato.
Pian piano tutto si materializza.
Le montagne.
Quelle vere, dure e difficili che abbiamo scoperto di amare entrambi.
Le piante di noci.
L’ombra.
Il fresco tagliente.
I bambini che ridono, e non serve nemmeno girarmi per capire che state combinando qualcosa.
Sento i sorrisi a bocche piene.
Bocche piene dei pezzetti di crostata che continui a dar loro di nascosto.
Sorrido anche io.
Facendo finta di non accorgermi di nulla.

Mi asciughi le lacrime prima di scendere dalla macchina.
Dobbiamo andare a pranzo.
– Non piangere, piccola mia: non piangere più…

(Balente – 25 settembre 2014)

Capellii