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La lettera

Sempre per la serie “devi asssolutamente leggerlo!”.
Ecco.
Più che leggere qui si perde tempo.
Trama banale: di queste lettere trovate per caso dopo decenni ormai non se ne può davvero più.
La contestualizzazione storica pallida ed inutile.
Un buonismo appiccicoso ed allappante.
Più che un intreccio di vicende è un guazzabuglio di luoghi comuni ed incontri e ritrovamenti così improbabili da mettere tutto insieme in modo malfermo.
Ogni colpo di scena mi ricordava quelli che “ho tirato fuori il cappotto dell’anno scorso, ed in una tasca ho ritrovato 200euro!!!”: io è già tanto se ritrovo il cappotto.
Non la consiglierei nemmeno come sonnolenta lettura da ombrellone: è il classico brodo-di-pollo-per-l’anima scritto in modo gigione e ruffiano, per attirare chi pretende di leggere quel che vuole sentirsi dire.
Ma la lettura per scuotere deve anche essere dolorosa, straniante: altrimenti viviamo nel falpalà, ignari di tutto.

Postilla.
Io sono una teinomane seriale.
Ma leggere quasi in ogni pagina di bollitori messi sul fuoco e di cortoboranti o consolatorie tazze fumanti ha fatto saltare i nervi anche a me.

Titolo: La lettera
Autore: Kathryn Hughes
Editore: Tea, 348 pagine, 5euro

La cena

“Ma c’era qualcosa, un che di diverso, come in una camera da cui in tua assenza qualcuno ha fatto sparire tutti i fiori: un cambiamento che inizialmente non si nota, fin quando non vedi spuntare gli steli da sotto il coperchio della pattumiera…”

Un romanzo non semplice.
Teso, orribilmente teso: anche nelle pagine più tenere, nei gesti colmi di amore, c’è sempre inquietudine.
Leggendo è naturale domandarsi più volte: fin dove i genitori siano disposti ad arrivare per difendere i figli, e quanto il loro percorso sia per salvare gli eredi oppure per salvare il loro ruolo.
Due fratelli e le rispettive mogli tentano di parlare.
I figli hanno ucciso una senzatetto, il filmato della loro azione sono ovunque ma nessuno li ha individuati: la scelta è tra denunciarli alla polizia, oppure tacere, aspettare che qualche disgrazia maggiore vada ad occupare telegiornali e trasmissioni di approfondimento, che quella donna venga dimenticata.
Paul è la nostra guida nella narrazione, che di continuo mescola salti tra passato e presente, passando per stanze di ospedale, aule, la casa in disordine ed il disagio anche fisico di quella cena obbligata.

Koch è dotato di un’intensità narrativa magistrale: difficile staccarsi dalle pagine quando descrive i danni di un pestaggio, così come durante le lunghe spiegazioni dei piatti sciorinate da un borioso maître.
Noia, angoscia, dolore, sfiducia, sorrisi beffardi e paura che nasconde un coraggio inaspettato.
Tutti ingranaggi di un romanzo perfetto.

Titolo: La cena
Autore: Herman Koch
Editore: Neri Pozza, 255 pagine, 9euro

Casa ordinata

La casa ordinata è così:
Un luogo organizzato, pulito, con spazio libero per circolare
e una buona entrata di luce.
Ma la casa, per me, deve essere casa e non un centro di chirurgia, uno
scenario da telenovela.
C’è gente che spreca molto tempo pulendo, sterilizzando, mettendo in ordine i
mobili, ammorbidendo i cuscini…

No, io preferisco vivere in una casa dove risalta e percepisco subito:
Qui c’è vita…
Casa con vita, per me, è quella nella quale i libri sporgono dalle mensole
e gli ornamenti giocano a cambiar posizione.
Casa con vita ha i fornelli consumati per l’uso, per l’abuso di merende
in abbondanza, che chiamano tutto il mondo al tavolo della cucina

Divano senza macchia?
Tappeto senza filo tirato?
Tavolo senza segno di bicchiere?
E’ certamente una casa senza festa.

E se il pavimento non ha graffi, è perché lì nessuno danza.

Casa con vita, per me, ha il bagno con il vapore profumato nel bel mezzo del pomeriggio.
Ha cassetti con roba inutile, di quelli che la gente ci conserva spago,
passaporto e candela di compleanno, tutto insieme…
Casa con vita è quella nella quale la gente entra e si sente ben venuta.
Che è sempre pronta per amici, figli…
Nipoti, per i vicini…

E nelle stanze, se possibile, ha lenzuola rovesciate per le persone che giocano
o fanno l’amore a qualunque ora del giorno.

Casa con vita è quella che le persone mettono in ordine affinché rispecchi le persone.
Metti in ordine casa tua tutti i giorni…
Ma metti in ordine in modo che resti il tempo per viverci…
E riconoscere in lei il tuo luogo.

Carlos Drummond de Andrade

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Capelli verdi

Mi piacciono i giri in macchina, lo sai.
Adoro che mi si porti in giro senza meta a conoscere gli angoli meno battuti della città, così come a sforare leggeri oltre le mura.

– Oh, che peccato!
– Che succede?
– Hanno chiuso il locale di Sandro, era un’istituzione qui, i suoi fritti erano… perché mi guardi?
– Come conosci Sandro?
– Beh, io dai venti ai ventitré anni ho vissuto qui.
– Ah, si?
– Fai ridere anche me, per favore…
– Dove abitavi allora?
– Qui vicino, praticamente sopra la fermata della metro.
– Verdi.
– No, era via…
– Verdi.
– Ti dico di no.
– Si: avevi i capelli verdi.

In silenzio, come due ebeti.
Eppure in quegli attimi di silenzio, ecco: li ci siamo amati, davvero.
Tutti quegli anni, cancellati di colpo.
Io avevo di nuovo i miei capelli lunghissimi e mossi, e tu appena più lunghi di come li porti ora.
Mi accarezzi come fai sempre.
Lasci scivolare la mano lungo l’orecchio, la guancia, le mie labbra che baciano il palmo salato.
Siamo diversi: sono diversa.
Bella come prima che la malattia mi mangiasse anche l’anima.
Meraviglioso tu, come ora.
Non siamo più qui.
Guardandoci negli occhi siamo dove sempre abbiamo desiderato.
Pian piano tutto si materializza.
Le montagne.
Quelle vere, dure e difficili che abbiamo scoperto di amare entrambi.
Le piante di noci.
L’ombra.
Il fresco tagliente.
I bambini che ridono, e non serve nemmeno girarmi per capire che state combinando qualcosa.
Sento i sorrisi a bocche piene.
Bocche piene dei pezzetti di crostata che continui a dar loro di nascosto.
Sorrido anche io.
Facendo finta di non accorgermi di nulla.

Mi asciughi le lacrime prima di scendere dalla macchina.
Dobbiamo andare a pranzo.
– Non piangere, piccola mia: non piangere più…

(Balente – 25 settembre 2014)

Capellii

 

 

Digressione

Seduta sulle pietre algide guardo le onde. Mi e’ sempre piaciuto il mare in giorni cosi’ freddi: la spuma gonfia che picchia gli scogli, un sasso liscio che vedo gia’ sulla tua scrivania, le labbra riarse dal freddo e dal … Continua a leggere

Pillola di fiele #4: figli su misura

E’ di pochi giorni fa la notizia che Elton John ed il suo compagno sono diventati genitori.
Non sono una di quelle che crede: i bambini devono avere sia la figura maschile che quella femminile per crescere bene.
Per crescere bene i bambini hanno bisogno di amore, rispetto ed educazione.
Indipendentemente da chi arrivano.
E’ ben altro a lasciarmi l’amaro in bocca.
Che il piccolo sia nato da una donna presa in affitto, invece di essere adottato.
Un bambino creato su misura, come una giacca sartoriale.
Colore, tessuto, forma, accessori…tutto preconfezionato.

E poi la storia di quell’altra coppia: fanno nascere due gemelle, congelano il resto degli embrioni.
Poi dopo undici anni…massì…vogliamo un’altra bambina.
E allora scongela, put the bun in the oven e via…
Come faccio io con le mozzarelline surgelate: una confezione intera è troppa in una volta sola.

Scrivo da donna che non potrà generare figli.
Ci sono così tanti (troppi) bambini soli su questo nostro Mondo.
E’ davvero necessario crearne in provetta?
Sono la sola a credere che tutti questi esperimenti siano solo atti di puro egoismo…un po’ come quando i piccoli fanno i capricci per ottenere il giocattolo che vogliono?

Secondo me molti vedono il figlio come un bell’oggetto di design.
Oppure come la scimmietta attaccata alle borse della Kipling.
Una specie di certificato di garanzia col ciuccio.