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Temistocle da Forlimpopoli 

Temistocle da Forlimpopoli è un omone, alto e piazzato.
Ha l’espressione burbera, e le braccia sempre conserte.
Non si siede mai.
Dietro il banchetto osserva serio chiunque si avvicini ai suoi anelli, per timore che distrattamente caschino in qualche tasca, manica di cappotto o direttamente al dito di ladruncole più o meno improvvisate.
Incute facilmente timore, Temistocle.
Per le grandi sopracciglia, che vivono di vita propria, capaci di tramutarlo in mezzo secondo nella più terribile delle maschere.
E quella cicatrice.
Quante volte l’ho osservata, quante gli domando mentre siamo soli con due bicchierini di caffè fra le dita e quante balle racconta: incidente in motocicletta, ferita di guerra, una lince inalberata, un labirinto di specchi, un maldestro apache in cerca di scalpo, una stella caduta troppo vicina.
Da sopra lo zigomo sinistro, crolla fino alla mandibola e si rialza verso il mento, adagiandosi a fine corsa nella piega del labbro inferiore.
Non ne parlava con la stessa timidezza che nasconde il suo cognome.
Cambia discorso, osserva i miei quadri.
“Sai cosa diceva Magritte?
Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna, è arte allo stato puro.
Sabato prendo la pensione, e porto Mauro a mangiare il pesce: è sempre felice in quel ristorante in riva al mare.
E tu, sei felice?”
Sorrido, ed invento frottole pari alle sue.
Lui crea i suoi gioielli nonostante le mani tremanti, ed io dipingo senza sosta: due modi e due mondi lontani, che hanno trovato da qualche parte un gancio che li tiene sospesi in quella sorta di brivido infantile che fa sudar freddo dalla paura ma che fa gridare “ancora ancora!!!”.
Quando scova una pietra blu particolarmente bella gira, piega, annoda e mi regala un anello.
Perché io la sera a casa dipingo il mare: recupero il cartone leggero dalle scatole delle crostatine ed onde e spiaggia si confondono tra le pennellate.
Ogni due o tre giorni regalo a Temistocle queste cartoline: diventano collezione, svago ed occhi al futuro per il suo compagno dalla mente ormai tenera.
Lo scoppio di un bicchiere a terra nel bar sotto i portici: succede spesso, e tutti noi bancarellai nemmeno scattiamo più al fragore.
Temistocle ogni volta affonda sempre nel colletto della maglia in pile, fino al naso, ma senza riuscire a coprire gli occhi.
– È stato un vetro, vero?
– Cosa?
– … la cicatrice…
– Il vetro non ha colpa, e nemmeno Lui.

E racconta tutto quello che si era tenuto dentro per anni.
Racconta e non piange più.
Racconta e le sue spalle si fanno aperte e leggere.
Di quell’amore nato per caso su un treno.
Delle difficoltà, delle famiglie sparite, della serenità conquistata.
Poi delle malattie improvvise come quel taglio ricamato sul viso da chi lo ama, ma non riesce più a capire cosa sia l’amore.
E Temistocle è diventato vittima e roccia in quella coppia.
Le sue grandi braccia consolano ed incassano i colpi, addolcendoli con quel sorriso che riserva a pochi perché lo custodiscano senza mostrarlo ad altri, per evitare che qualcuno possa far strale del suo cuore già sfinito.
Mi lascia il suo banchetto, come capita quando è stanco: lo chiude con cura, lo porta fino al mio pianerottolo e scappa sorridendo.
E durante la cena di artisti mancati ed affamati, ogni tanto mi torna in mente lui: tra un boccone di cotoletta ed un colpo di tosse per il troppo aceto nell’insalata penso a quei due.
A come Mauro stasera sarà felice, ed accarezzerà con dolcezza quella cicatrice sillabando senza voce s-c-u-s-a-m-i: ma non riuscirà a finirlo, perché l’omone abbasserà piano la testa, afferrerà con cura il pollice tra le labbra, succhiandolo piano, accarezzandolo con la lingua fino a sentir vibrare leggero il cuore del suo amato.

Mi sveglio presto anche quando non devo lavorare.
Chiudo la porta per non svegliare gli accampati in salone, accendo la tv e la macchina del caffè.
È strana la mia cucina: una veranda riadattata, sempre fredda, anche in estate.
Rubo un po’ di calore alla tazzina.
“Fregene: identificati i cadaveri dei due uomini ritrovati sulla battigia…”
Stranamente sorrido.
Temistocle in quella fotografia non ha ancora la cicatrice.
Ed anche Mauro è bello, sereno, con gli occhi che brillano e sulla gola il tatuaggio dell’onda.
Un gesto automatico: apro il banchetto portatile, e sapevo già che avrei trovato qualcosa per me.
Leggo.
Sorrido.
Chiudo gli occhi.
Era una roccia l’omone.
Lo ha legato a sé.
Ha affondato entrambi.
Per risalire liberi a scorgere un altro gancio al quale appendersi tenacemente.
E cercare e trovare brividi di felicità nuova.
Altrove.
… ancora ancora!!!

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L’amore è per la mattina…

“L’amore è per la mattina” disse, “dopo una lunga notte passata a letto insieme”.
Sedevamo al tavolo di casa sua: le uova fumavano davanti a noi e una bottiglia di latte aspettava di riempire i bicchieri vuoti.
“Perché la mattina?”, chiesi.
“Perché di mattina” rispose lui “sei appena sveglio…” sbadigliò e poi sorrise come una battuta che io non capivo.
“Appena sveglio? Cosa vuoi dire? E comunque l’amore non si dovrebbe fare di notte a letto?”
Lui si limito a sorridere, poi senza guardare si versò il latte nel bicchiere mi tese la bottiglia.
“Perché non di notte?”, ripetei.
La sera prima ci eravamo incontrati, avevamo parlato ed eravamo andati lì a casa sua: avevano fatto del sesso, c’eravamo addormentati… e ammesso che l’amore esista, non era quello il posto in cui cercarlo?
In quel momento ricordai dei sogni interrotti dalle sue mani che mi risvegliano quando mi aveva preso una seconda volta mentre facevo finta di dormire.
Lo guardai versandomi il latte nel bicchiere, me rovesciai solo qualche goccia e gli restituì la bottiglia.
Lui si alzò, mi si avvicinò tanto che la bianca pianura della sua pancia e mi riempi la visuale e l’odore del suo inguine mi invase le narici.
Chinai la testa con la bocca aperta, pensavo fosse quello che voleva ma lui mi spinse indietro: si mise le mie spalle dietro la sedia, mi strinse, mi baciò e mi fece scorrere tra le gambe la bottiglia fredda del latte, e poi disse “John: questo non è solo l’amore e l’amore non è tutto qui…”.
Sollevò la bottiglia mezza vuota e fece girare il latte al suo interno, quindi lo appoggio sul tavolo e mi passo la mano bagnata sulla schiena sì fermo alla base della colonna vertebrale e mi gratto piano con dolcezza.
Rabbrividii mentre l’acqua fredda mi scorreva sulle cosce, poi mi girai sulla sedia e gli misi la mano, la mia mano grande e sgraziata sul petto.
Ciascun dito preso una costola come un naufrago che si aggrappa alla zattera di salvataggio.
Ma il pollice danza sul suo cuore, da solo, incerto.
Mi arresi e mi avvicinai.
Gli appoggiai l’orecchio sul torace, lo circondai con le braccia e giacqui come un nuotatore che ha raggiunto la fine dell’oceano.
“L’amore è per la mattina…” ripetè Martin, mormorando mille parole alll’orecchio che baciava con le labbra asciutte,e intanto muoveva la mano bagnata su e giù lungo la mia schiena facendomi desiderare… il nulla “dopo una lunga notte passata a letto insieme…”.
Sotto il mio orecchio il suo cuore muove un fiume di sangue nel suo corso.
Ed a quel pensiero una parte di me rabbrividì, un’altra si sentì scaldare…”

Titolo: Martin e John
Autore: Dale Peck
Editore: Feltrinelli, 165pagine, 13euro

Amore, Morte, Rock, Follia

“Sono come un infaticabile scarabeo…”
E leggendo questa sorta di diario, non si può che annuire.

Diario.
Memoir.
Pensieri su un blocco per appunti.
Sono queste le sensazioni che arrivano leggendo le righe di Everett.
La vita sregolata, ma non come quella degli altri rocker: è sregolata perché nato e vissuto in una famiglia amorevole a modo suo, più un collage che un nucleo.
Le compagnie sbagliate che fanno perdere tempo.
La consapevolezza di essere stanco di quella continua “mancanza di vita”.
E la musica, che accoglie e salva.
La passione che non fa sentire la fatica delle ore passate a comporre , e nemmeno quella dei lavori orribili portati avanti per non morire di fame e per coltivare il sogno in modo concreto.
Le donne che costellano la sua vita, con una tenerezza struggente.

Ero molto dubbiosa nell’intraprendere questa lettura: temevo di imbattermi nella classica biografia commissionata di qualche star posticciamente maledetta, con pagine alla fattistrafatti&strafighe.
Ma tra le mani mi sono ritrovata delle pagine che volano via troppo in fretta: scritte in maniera perfetta e, soprattutto, che descriva successi o momenti bui, tutto è presentato in modo schietto e morbido, come le volute che si alzano fumando un sigaro.

A lettura terminata, non viene tanto la voglia di riascoltare tutta la discografia degli Eels, ma quella di cercare Mark, e lasciarlo raccontare ancora.
E ancora.

Titolo: Amore, Morte, Rock, Follia – e un paio d’altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere
Autore: Mark Oliver Everett
Editore: Elliot, 215 pagine, 16,50euro.

La mia giornata

​Sapete come si svolgono le giornate scandite dal cancro?

Forse si: direttamente o di riflesso ci siamo passati più o meno tutti.

Vi racconto le mie.

Ci sono mattine dove non riesco ad alzarmi dal letto: stagioni tutto il giorno immobile, tra soffitto e televisione.

Ci sono mattine dove riesco a mettere giù i piedi, mi alzo, mi risiedo e vomito: cena del giorno prima, pastiglie, occhi.

Ci sono mattine dove mi sveglio, scatto dal letto: e tutto va a meraviglia, fin quando non sento qualcosa che bussa da dentro. Mi fermo. E prego di riuscire a tornare a casa, tra gambe e stampelle.

Torno.

Accendo la tv, e pare che solo in questi giorni la gente si sia accorta delle terapie alternative.

Malati oncologici che decidono di curarsi con infusi, aloe od impacchi di ricotta.

E quasi tutti commentano con un qualcosa tipo: ma come cazzo si fa?

Beh.
Si fa.

Esistono i ciarlatani, e per me andrebbero presi a roncolate tra una vertebra e l’altra.
Tanti si rivolgono a loro.
Ci sono i sempliciotti, i creduloni, o chi non capisce davvero cosa sta succedendo.
Ci sono quelli che intraprendono questa strada in modo consapevole.
Ci sono quelli come me, che seguono il percorso classico, ed alcuni si offrono per testare nuovi farmaci, nuove terapie ospedaliere.
Non c’è chi è più intelligente.

Non c’è chi è più stupido.
Non c’è chi è più avventato o solido.

Siamo malati.

E quando sei malato ci sono momenti in cui tutta la tua intelligenza ed il pragmatismo vengono divorati dalla paura.

Di non farcela.
Di morire.
Di veder straziata dal dolore la tua famiglia.

E ti appigli a tutto: tutto.
Le chemioterapie dilaniano un corpo già piagato.

Danneggiano più della malattia.

Ho pensato anche io, sapete?
Ho pensato alle cure miracolose.
Ho pensato che i rimedi naturali, gli impacchi e le pozioni non mi avrebbero distrutta come hanno fatto le terapie canoniche.
Ho pensato ai soldi, che non bastano mai.

Ed il ragionamento che scatta è questo: la chemio è veleno, se guarisco dal cancro, comunque il mio corpo ne sarà danneggiato, forse con fitoterapia ed affini il mio male non sparirà, ma potrò vivere magari dieci anni in modo dignitoso.

Già.

Perché nel mio caso sono state la dignità e l’amore a farmelo pensare.

Non era tanto il dolore di star male, ma era vederlo riflesso negli occhi di chi mi sta accanto.

Perché per me la chemioterapia è stato quel che avete letto all’inizio.

Star male, e vedere lui che tentenna anche a guardarsi una partita in tv.
Correre via a metà pranzo perché lo stomaco non regge, ed accorgersi che nemmeno lui ha finito di mangiare.
Piangere ogni volta che tra la spesa vedo stracci e fiocchi per pulire a terra, perché il sangue che cago o vomito è così tanto che non si riescono a lavare, e lui ti dice andràbene mentre si incazza da solo per non aver nascosto bene quella roba nelle buste.
È vita questa?

Me lo sono domandata parecchie volte.

Perché intossicarmi coi farmaci per stare così, per far morire un po’ anche chi mi sta accanto?

Well.

Ho di buono una tempra d’acciaio.
La lucidità di capire che adoro il tea, ma non curerà il mio osteosarcoma.
E la fortuna vera è avere intorno chi mi supporta, calma i miei pianti, e mi sprona con un sorriso fermo ad andare avanti.

Forse a chi sceglie alternative strampalate per curarsi manca tutto questo.
Manca un supporto forte.
Manca chi faccia ragionare con serietà.
Manca la concretezza del futuro, prossimo o lontano: e ricoprono tutto con il qui&ora.
Però, non chiamateli stupidi.

Non fate confronti con altri.

Siamo semplicemente malati: con la testardaggine che la malattia comporta, nel bene e nel male.

La bellezza è negli occhi di chi la guarda

“Con due amanti morti sulle spalle, ma non alle spalle, con il virus dell’Aids nel sangue e con quella che i medici chiamano “aspettativa di vita” non superiore ai due o tre anni, la gioia della vita è grande.
E’ come se la vita si fosse ampliata: vedo di più, sento di più, so che ho amato di più…”

Lo ammetto.
Questo libricino, pochissimi fogli, mi ha spiazzata.
Stampato nel 1993 da quella collana geniale di Millelire Stampa Alternativa, ammetto che ha passato troppi anni nella scatola dove avevo riunito tutti i suoi piccoli ma preziosi colleghi.

Luigi Cerina in quattordici pagine racconta la malattia, certo.
Ma non dal punto di vista prettamente sanitario: analizza dai gesti d’amore che, purtroppo, l’han fatta sviluppare.

“Se l’amore, la passione e anche il far l’amore, nella salute e nella quotidianità è gradevole e confortante, nel dramma assume una valenza assoluta, palpitante, si stacca dalla normalità ancora di più e ascende forse fino alla divinità.
Il dolore affina, nobilita, allarga, ingigantisce, spappola, rompe, disintegra, fa impazzire, paralizza, è, per dirla con Margherite Duras “un’esperienza importantissima”, forse è di più: modifica.
E’ una chance, un educatore, un violentatore, un maschio infernale che ci squarta per poi renderci arroganti, orgogliosi, pieni di noi stessi: cioè indistruttibili…”

Che poi analizzare non è nemmeno il termine esatto.
Semplicemente ma intensamente racconta cosa sia successo.
Senza maledire nessuno, senza lamentarsi del fato crudele, senza accidia.
Quasi con dolcezza.
E la dolcezza non è tanto al passato, ai giorni felici dove non c’era nemmeno il pensiero che si potesse ammalare, ma al futuro.
Un futuro segnato.
Ma che gli consentirà di raggiungere gli uomini che più ha amato.
Una sorta di nostalgia intrisa di normalità.

“Saltuariamente l’idea della malattia o della morte ci raggiungeva ma non era mai un motivo di ansia, d’angoscia e depressione, era piuttosto un modo o uno stimolo a vivere bene, perché non si sapeva quanto si avrebbe vissuto.

ma là in quell’attico e mansarda, in mezzo ai tetti, alla luna ed alle nuvole, due uomini giovani si amavano e si adoravano poeticamente e coraggiosamente, con generosità, ma anche con raffinatezza, sensualità ed epicureità.”

Tante città, case, visi, le associazioni, il testimoniare a viso scoperto.
Il sentirsi tuttavia una sorta di sopravvissuto che non riesce a sopportare l’idea di essere rimasto indietro, di non condividere il resto del percorso, il destino, con chi l’ha preceduto alla fine del cammino, e la voglia di raggiungerli.

Sono poche pagine dense.
Dove vi troverete più volte ad annuire, anche furiosamente.
Avvolti dalla Bellezza.

Bellezza

Scrivere…

Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli…

Emilio Salgari (1862 – 1911)

La Storia

Forse non farò cose importanti: ma la Storia è fatta di piccoli gesti anonimi.
Forse domani morirò, magari prima di quel tedesco.
Ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di Storia.
E tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla Storia di domani del genere umano…

Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno” .