Archivi tag: seconda guerra mondiale

Ninna nanna de la guerra

“Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili.

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone…”

Trilussa, 1914.

Annunci

La baracca dei tristi piaceri

La critica che si muove più spesso ad Helga Schneider riguarda i tanti svolazzi laterali presenti nei suoi scritti.
E ci si dimentica che questa donna ha vissuto in nazifascismo sulla sua pelle.
E, soprattutto, che ha deciso di scriverne romanzi, non autobiografie.
Lo stile può piacere o meno, ma sostenere che usi la Memoria per raccontare la sua storia in modo inverosimile mi pare inaccettabile.

“La baracca dei tristi piaceri” racconta di un argomento che, spesso, viene ritenuto marginale quando si tratta il tema dei campi di concentramento nazisti.

Nel 1943 Himmler prese la fulminante decisione di far allestire dei bordelli nei più grandi campi di concentramento. Quello di Buchenwald fu chiamato ipocritamente Sonderbau, ‘edificio speciale’. La sua costruzione schizzò in cima alle priorità del campo a scapito dell’allargamento del Revier, l’infermeria.
Le donne destinate al bordello furono per la maggior parte reclutate nel lager femminile di Ravensbrück, dove si sceglievano le prigioniere più giovani e quelle ancora sufficientemente presentabili, nei limiti del possibile.
Appena terminato, il Sonderbau ottenne un immediato successo e i prigionieri-clienti accorsero numerosi.
In un primo tempo la frequentazione dei bordelli nei lager era vietata alle SS, agli ebrei, ai Sinti e Rom e ai prigionieri sovietici; per gli altri vigevano regole di ferro.
Prima di presentarsi i candidati dovevano passare in infermeria per fare una doccia e sottoporsi a una visita di controllo. Che, naturalmente, visto il frettoloso esame, spesso non era in grado di rilevare malattie veneree in corso.

L’inizio e la spina centrale del romanzo non mi hanno entusiasmata.
Storia un po’ ritrita: una giornalista che si lancia nella scrittura di romanzi. Dopo il primo successo è in crisi nera perché ha una sorta di “panico da foglio bianco”.
Durante una sua puntata lavorativa a Berlino conosce una donna, decisamente eccentrica, che dopo vari tentennamenti decide di raccontarle la sua storia.
Frau Kiesel è un’anziana vedova, che racchiude nella sua vita degli anni realmente terrificanti.
Il primo grande amore della sua vita, Uwe, proveniva da un’ottima famiglia. Dove la madre era cattolica ed il padre mezzo ebreo, non praticante e non appartenente alla comunità ebraica.
I genitori di Helga appena seppero del ragazzo la ripudiarono, cacciandola di casa con tutto l’ottuso odio dei filonazisti dell’epoca.
Venne accolta dalla famiglia del fidanzato, che godeva ancora di qualche privilegio.
Ma i vantaggi e le leggi in quel periodo cambiavano anche nel giro di poche ore: vennero tutti arrestati.
Helga compresa: nonostante fosse tedesca, venne considerata una “Judenhure”, una puttana ebrea.
Del fidanzato non seppe più nulla, mentre per lei si spalancarono le porte del campo di concentramento.
E qui la decisione più importante della sua vita: prostituirsi ed avere condizioni di vita umane, piuttosto che vivere pressata in baracche luride e maleodoranti insieme a decide di altri corpi ormai alla soglia della follia.

Oltre al tema della prostituzione, l’autrice ne incorpora un altro. Altrettanto grave.
L’idea che ha portato Himmler ad istituire i bordelli nei campi di concentramento non fu dettata tanto dal consentire uno svago ai prigionieri, ma ad arginare l’omosessualità dilagante tra i prigionieri.
E le due realtà si compenetrano quando

Un giorno dell’estate del 1944 arrivò a Buchenwald un medico, psichiatra e sedicente ricercatore, un maledetto danese, che su ordine di Himmler avrebbe compiuto un certo esperimento su cavie scelte al campo. Questo pazzo era convinto di poter guarire l’omosessualità. Dico ‘guarire’ perché la considerava una malattia.

E la prova del nove per decretare la guarigione del “paziente” era, appunto, l’incontro con una prostituta.

Come si vede i temi scelti sono densi, importanti e da maneggiare con estrema cura.
Purtroppo in questo romanzo ho trovato un po’ troppi svolazzi laterali ed eccessive fioriture che hanno appesantito lo scorrere delle pagine.
Tuttavia, è una lettura che consiglio per due motivi.
Non scade mai nel volgare e nel torbido più becero.
Non è eccessivamente lungo: oltre ad avere la possibilità di finirlo agevolmente ha il pregio di non descrivere i due punti cardine in modo minuzioso. Questo permette, a chi fosse interessato, di approfondirli in modo più tecnico ricollegandosi a varie fonti storiche.

Titolo: La baracca dei tristi piaceri
Autore: Helga Schneider
Edizioni: Salani, 205 pagine, 14euro.

La guerra acerba

Scrivere la recensione per questo romanzo-biografia è una bella sfida.
Devo ammettere di averlo approcciato con estrema diffidenza, soprattutto a causa della prefazione: infatti, viene impressa nelle pagine una sorta di monito sul dover leggere ed ascoltare i racconti di tutti colori che hanno vissuto da bambini o da adolescenti le guerre del Novecento.
Ma il tutto era esposto con un tono così enfatico quasi a dimenticare la mole di biografie esistenti in merito.
Fortunatamente il romanzo ha una piega molto piacevole.
E’ il diario di quella che è ancora una bambina di un paesino del centro Italia negli anni dello “splendore” fascista, e che successivamente ritroviamo giovane donna alla fine della Seconda Guerra Mondiale in una Roma pesantemente ferita.
Si alternano in modo decisamente interessante due registri.
Da una parte abbiamo la ricostruzione storica del conflitto: con uno stile corposo ma estremamente scorrevole l’autrice ci mette nella prospettiva della piccola protagonista, una bambina affamata di notizie. Così difficili da reperire durante la guerra: ma ogni brandello di quotidiano, ogni radiogiornale rubato da una finestra aperta, le notizie che arrivavano tra le lacrime degli sfollati…tutto questo ci rende una cronologia precisa e puntuale delle battaglie.
Grazie agli sforzi della piccola la composizione del quadro appare chiara e dettagliatissima al lettore.

“Ma tu come fai a sapere queste cose ?” chiesi un po’ sospettosa.
“Basta leggere anche la stampa straniera…”
In quel momento entrò il professore, e tutti prendemmo posto nei banchi. Ma io ero rimasta come aggrappata all’ultima frase di Sandrini, e mi chiedevo dove trovasse la stampa straniera. Di sicuro non nelle normali
edicole. Poi all’improvviso ebbi come un lampo, una schiarita: l’Osservatore Romano.
Già, l’organo del Vaticano era la voce di un altro stato, e si poneva al di sopra delle parti, quindi riportava anche delle notizie che sulla nostra stampa non passavano.
[…]
Invece da noi cominciava a farsi sentire un’altra voce, che divenne sempre più importante: Radio Londra. Le sue trasmissioni erano precedute da tre colpi di gong, ripetuti mi pare tre volte, ed erano molto brevi, divise tra notizie e commenti, secondo la migliore tradizione anglosassone. Ma nonostante la brevità erano sempre molto esaurienti.

Dall’altra parte abbiamo invece la vicenda personale della sua famiglia, delle compagne di scuola e degli amici che si conoscono da sempre.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, sboccia il cuore centrale del romanzo.
Il carattere e le idee della protagonista cambiano man mano che la guerra si avvicina al suo paesino: non c’è più l’angolo di Paradiso tranquillo e protetto, l’orrore non è lontano e le immagine edulcorate del Duce come eroe assoluto e del Regime indistruggibile si sgretolano ad ogni colpo di cannone, ad ogni colonna di fumo che appena si scorge da lontano, ai messaggi che i soldati riescono a mandare a casa.

Io ero molto orgogliosa di queste vittorie, tanto più che non si parlava mai dei morti che erano costate, soprattutto dei nostri morti, mentre si poneva l’accento sulle “perdite” del nemico. Ma perdite si sa, è una parola astratta che non ti fa pensare ai cadaveri, ai corpi straziati, mutilati, al sangue, alle ferite.
[…]
Non era difficile credere che quelle cose fossero vere, anche se non si leggevano mai sui giornali né si ascoltavano alla radio. C’era una specie di tam-tam sotterraneo che raggiungeva le famiglie dei militari, le quali poi diffondevano le notizie tra amici e conoscenti, come faceva Corrado. Sua madre, inoltre, era l’immagine vivente del dolore: aveva sempre gli occhi arrossati, e appena qualcuno le chiedeva notizie del figlio, lei scoppiava a piangere. Senza volerlo, rappresentava la più efficace contropropaganda agli organi del regime, che esaltavano l’eroismo e il valore espressi dalla guerra.

Quindi, a fine lettura, il mio giudizio è notevolmente mutato.
Se ad un appassionato di Storia può sembrare un’opera piena di arzigogolature ed un po’ troppo schematica nei contenuti, “La guerra acerba” a mio avviso è un ottimo romanzo da proporre in una fascia di età tra i dodici ed i quindici anni.
Per la puntualità nelle ricostruzioni.
Per la storia della protagonista, che nonostante il periodo drammatico ha tutti i sentimenti, i sogni e le paure di ogni adolescente.
Per tutti gli ottimi spunti di ricerca ed approfondimento che riesce ad offrire.

Ed anche perché, in fondo, mi ha ricordato una piccola Balente che cercava tutte le notizie possibili sulla guerra ed Golfo e su quella dell’ex Jugoslavia…

Titolo: La guerra acerba. Il secondo conflitto mondiale visto con gli occhi di una ragazzina
Autore: Gabriella Parca
Edizioni: TEA, 208 pagine, 10euro.