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La donna dal taccuino rosso

Quando qualcuno mi dice “devi asssssssssolutamente leggerlo!” preventivamente volgo lo sguardo verso l’alto.
E questo romanzetto ne è stata la conferma.
Non partivo prevenuta, anzi: vedendo che si citava la mia adorata Sophie Calle ero decisamente curiosa.
Ma.
Ma.
Ma.
L’unico pregio è il poco tempo che si impiega a leggerlo.
Il resto è un impasto di già letto, già sentito, già vissuto (e ne avrete riprova nelle note a fondo volume…): mescolato ad una storiella d’amore della quale si intuisce il finale già dopo le prime venti pagine.

Citando Brian Griffin, è brodo di pollo per l’anima: una lettura senza pretese, scritta in modo frettoloso, ma che consoli, comprenda e faccia credere in un futuro migliore.

Io credo di aver perso soltanto due ore per leggerlo…

Titolo: La donna dal taccuino rosso
Autore: Antoine Laurain
Editore: Einaudi, 164 pagine, 10euro

La chiave di Sarah

Difficile.
Davvero difficile per me criticare un romanzo.
Soprattutto su un argomento così delicato, ed a me particolarmente caro e sentito.

Non vi racconterò troppo della trama.
Scoprirla pagina dopo pagina è una dolorosa ma necessaria lettura.
Che vi darà spunti per orientarvi verso altri testi.

Cuore di tutto è la piccola Sarah.
Testimone involontaria ma lucida di una dei tanti bambini rastrellati con le loro famiglie a Parigi, il 16 luglio 1942, e stipati nel Vélodrome d’Hiver.
Una delle tante tragedie che colpirono l’Europa in quegli anni, ma stranamente poco conosciuta al grande pubblico.
Per un rapido approfondimento, vi consiglio: http://it.wikipedia.org/wiki/Rastrellamento_del_Velodromo_d’Inverno

Una chiave.
Oggetto piccolo, ma prezioso e vitale.
E’ la chiave dell’armadio dove Sarah chiude il suo amato fratellino Michel, dopo che i poliziotti hanno fatto irruzione nella loro casa.
L’armadio.
Il loro posto magico e segreto: non è un mobile, ma un gioco di porte che cela il vero e proprio armadio realizzato come una nicchia nel muro; e la serratura è invisibile, perché nascosta da un finto interruttore della luce.

La narrazione è tanto semplice, quanto terribile: proprio perché filtrata dagli occhi di una creatura spaesata, impaurita, ma determinata a tornare nella sua casa per riabbracciare il fratello.
Tutto è grande, immenso: dalla folla delle persone accalcate e disperate, agli stivali dei militari che passano loro accanto.
E la scrittura è così curata ma immediata da rendere il testo fruibile da chiunque: giovani ragazzi al pari di adulti.

Perché mi ha fatto fortemente storcere il naso?
Il romanzo è strutturato a capitoli alternati: in uno, il racconto di Sarah, nell’altro il racconto della giornalista che ricostruisce tutta la vicenda, partendo da un appartamento parigino da anni proprietà della famiglia del marito.
E poteva essere un’ottima soluzione stilistica.
Peccato che questa parte di inchiesta dapprima è troppo melensa e sentimentale (alcune descrizioni del consorte sono tragicomiche), quanto la descrizione della famiglia diventi grottesca, in modo scontato ed insopportabile: peggiora ulteriormente negli intrecci.
Il voler mettere troppa carne al fuoco ha slegato tutto: ed ogni particolare, ogni scoperta, ogni intreccio diventato debolissimi ed inverosimili, fiaccando un romanzo piacevole.

Infatti, a mio modesto parere, la narrazione del percorso di Sarah è davvero ben scritto: mescola con sapienza paure e tenacia di una bimba testarda, con una meta precisa.
Il racconto della ricerca che ha portato alla scoperta di questa vicenda è… troppo: ridimensionandolo, curandolo meglio, sfrondando le inutilità sarebbe stato ottimo traliccio per tutta la narrazione.
Ed il romanzo avrebbe guadagnato in fluidità e tensione.

Consiglio la lettura?
Ni.
Solo se siete curiosi di scoprire dove sia arrivata quella famosa chiave.

Titolo: La chiave di Sarah
Autore: Tatiana De Rosnay
Editore: Mondatori, 320 pagine, 9.50euro

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Indignatevi!

Doveva essere l’ultimo libro di Michel Houellebecq, vincitore del premio Goncourt, a primeggiare nelle vendite natalizie in Francia. E invece è stato battuto da un outsider sorprendente, assai improbabile.
Si chiama Stéphane Hessel e ha 93 anni.
Partecipò alla resistenza durante la seconda guerra mondiale. Ed è stato subito dopo uno dei redattori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Niente di glamour, insomma. Hessel è un vecchio signore, dall’apparenza (solo quella) stanca e desueta. Ebbene, nei mesi scorsi ha preso carta e penna e ha scritto un opuscolo di 32 pagine dal titolo «Indignez-vous!». Come dire: indignatevi! Abbiate la forza di arrabbiarvi.
E’ il successo editoriale degli ultimi tempi a Parigi.
Ormai un best-seller, al numero uno delle vendite, tanto più durante queste ultime vacanze: regalo ideale in un bacino di lettori di sinistra, prevalentemente giovani. Stampato inizialmente, alla fine dell’ottobre scorso, a 8mila copie da un’oscura casa editrice (Indigène) di Montpellier, gestita in una mansarda da due ex giornalisti, ha già superato quota 650mila. E l’euforia non sembra essersi esaurita, mentre si negoziano le traduzioni per venderlo altrove, dal Giappone agli Stati Uniti, perfino in Italia.
Ma cosa ha scritto il nostro Hessel?

Chiede alla società francese di recuperare i valori della Resistenza (ricorda concretamente i principi del programma economico del Consiglio nazionale di quel movimento) e di recuperare ambizioni e voglia di cambiare la società. “Il motivo di base della Resistenza era l’indignazione. Noi, veterani di quel movimento, chiediamo alle giovani generazioni di far rivivere gli stessi ideali”, scrive a pagina 11. Punta il dito sul divario crescente fra i “molto ricchi” e i “molto poveri”, contro “la dittatura dei mercati finanziari”, contro l’erosione delle conquiste della Resistenza francese, vedi un sistema pensionistico solidale e il sistema di sicurezza sociale. Non mancano le allusioni dirette a Nicolas Sarkozy e la rabbia scatenata dalla sua politica fiscale, studiata “a misura” per favorire i ceti più abbienti. Si scaglia inoltre contro il trattamento riservato ai clandestini. E ai Rom, buttati fuori dalla Francia spesso senza neppure uno straccio di sentenza giudiziaria. Il 31 dicembre, sul sito d’informazione Mediapart, Hessel ha presentato i suoi auguri: “Resistiamo agli auguri del presidente, che non sono più credibili”. La sera stessa, come tutti gli anni, Sarkozy ha parlato ai suoi concittadini, con un discorso rivolto esplicitamente all’elettorato di destra, con l’obiettivo di rassicurarlo. Con la volontà di recuperare consensi di fronte all’offensiva di Marine Le Pen.
Hessel un rivoluzionario? Non proprio. E non lo è mai stato. Oggi vicino a Martine Aubry, segretario generale del Partito socialista, Hessel, un anziano monsieur pacato e sorridente, è sempre stato un intellettuale dall’animo libero, di sinistra certo, ma senza “eccessi “. Comunque allergico nei confronti di una certa “gauche caviar” parigina, come vengono chiamati taluni (insopportabili) circoli della “sinistra altolocata” della città. Hessel è nato nel 1917 a Berlino da una famiglia di ebrei, che dal ’25 si trasferi’ in Francia. Suo padre era il traduttore di Proust in tedesco. La madre dipingeva. E ispirò il personaggio intepretato da Jeanne Moreau nel film Jules et Jim di François Truffaut, la giovane donna amata contemporaneamente da due amici: una storia scabrosa per i tempi. Hessel, brillante studente (dell’Ecole normale), aderi’ alla Resistenza, venne catturato e inviato nei lager nazisti (e in un trasferimento in treno, saltò giù e riuscì a mettersi in salvo). Dopo la guerra lavorò al segretariato generale dell’Onu. Poi ha collaborato con vari personaggi della politica francese (di sinistra) ed è stato ambasciatore del suo Paese in diverse capitali. Una vita, comunque, sempre austera, lontana da qualsiasi esibizionismo.
Per questo oggi è credibile nel dire quello che dice.
Sì, è diventato l’idolo di tanti giovani. E si prende una sorta di rivincita personale. “Ha provocato il risveglio di un popolo, finora molto passivo”, ha sottolineato il filosofo Edgar Morin, suo amico. “Ha ricordato alla sinistra che deve essere ribelle, umana e ottimista”, ha sottolineato Harlem Désir, numero due del Partito socialista. Che, nel frattempo, si sta dividendo sulla candidatura delle prossime presidenziali, previste nel 2012. E appare cosi’ terribilmente lontano dalla sua base.
La sinistra francese sarà capace di sfruttare l’effetto Hessel?

Fonte: Il Fatto Quotidiano.