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L’amore ai tempi dello smatphone annacquato

Apriti.
Come hanno fatto in negozio per convincerti a cedere subito?
La tacca è qui, basta premere con l’unghia: ma a piegarsi è lo smalto cremisi.
La limetta in ferro, ripescata tra rossetti, piegaciglia e mascara… e finalmente ti arrendi.
Un guscio di plastichetta: meno di un grammo tenacemente maligno.
Le schede sono in ordine, rialloggio la batteria e riavvio.
Ancora nulla.
Ha nevicato per mezza giornata due tre giorni fa, e siamo ancora così: reti a singhiozzo, i telefoni che non si riescono a caricare, gli atm che ci osservano bui e sconsolati.
E tu.
Di sicuro mi chiamerai.
Ti preoccupi sempre se non mi vedi online da qualche parte: quando non vedi collegate le tante me.
Hai costante cura di questa tua amica un po’ naif.
Anche i miei sabati e le mie domeniche sono costellate di te.
Non chiami, perché ti dedichi a tutta la famiglia. Eppure. Mi arrivano all’improvviso, come abbracci a tradimento acciuffandomi per la schiena, tuoi cuori megalitici che pulsano nella chat, i rimandi a qualche canzone che ti passa in mente, e le fotografie.
Tanti scatti, piccoli incastri del tuo quotidiano che condividi con me: un articolo di giornale, un muso simpatico che incroci per strada, le tue mani intorno alle tazzine di caffè che scandiscono le nostre giornate.
La settimana è nostra.
Gli incontri veloci e le giornate intere rubate al lavoro.
Le telefonate col fiato corto e gli scatti sempre più ricercati, perché la bieca macelleria non fa per noi.
Ecco perché questo tuo silenzio mi scuote.
Magari ti sei sentito male.
È successo qualcosa di grave.
Od hai trovato una più bella ed interessante di me.
Tutto in un flusso di coscienza disordinato tra divano, televisione, abbiocchi annoiati e le mie dita che scivolano sotto stoffa ed elastici imitando le tue, ricordandole nel punto preciso in cui il piacere si fonde con una nostalgia vischiosa.

Odio queste ricariche: la parte argentata da grattare via mi si appiccica ovunque, e non oggi, ti prego… non oggi che sono tutta vestita di bianco, senza nemmeno sapere il perché.
Un tonfo alla parte opposta del tavolino.
Tiro su gli occhi, convinta di vedere il rompicoglioni di turno che vuole attaccar bottone, o qualche soldo.
Invece sei tu: il mio rompicoglioni.
Rido.
È sempre così: quando ti vedo, tutti intorno spariscono, cadono come le tessere di quel vecchio gioco da tavolo dove indovinare il personaggio misterioso.
– Ciao, bimba… ti avevo vista gironzolare, ma stavo comprando due cellulari nuovi per noi… ci credi se ti dico che mi ha mangiato il telefono il cane?
– Ohm… no: tu non hai cani.
– Era un modo carino per non dirti che mi è sgusciato dalle mani finendo nelle profondità acquatiche: sei bellissima, densa, colta, raffinata, vorticosamente donna, mica posso dirti crudelmente “mi è volato il cellulare nel cesso”, dai…
– Ed io che pensavo di averti fuso il telefono per la troppa passione: invece…
– Invece ero in piedi davanti allo specchio. Scorrevo con cura ogni tua fotografia, accarezzandoti il viso con il pollice, proprio come faccio con la tua guancia quando sento il tuo respiro iniziare a mozzarsi.
Eri con me: nella marezzatura del marmo si stagliavano cialtrone alcune linee, identiche alle vene bluastre che affiorano dalla pelle sottilissima dei tuoi seni.
Ero con te: su quel grande divano che amiamo più del letto, nelle gambe annodate, nella mia mano che stringeva sempre di più per farmi sentire avviluppato dai tuoi muscoli non ancora sfiniti.
E proprio mentre mi stavo per sciogliere… si, grazie: prendo un cappuccino anche io…

E sfoderti quel sorriso, forte e vulnerabile come le tue carezze.
E gli abbracci che mi fanno sentire a casa.
E sorrido anche io: sempre.

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La magia di Violet

La fotografa è la mamma, la neozelandese Holly Spring che con la serie di immagini dedicate alla figlia nata con una menomazione ad una mano ha vinto il premio di “fotografo creativo dell’anno” nel suo paese:
“L’ho fatto perché lei possa continuare a credere nella magia delle favole”

Da un articolo di IoDonna.

Violet

Pillola di felicità #2

Giornata bigia e grigia.
Rischiarata da un pensiero.

Ricordare un amico fraterno, che da qualche mese non c’è più.
Ma per la prima volta penso a lui ridendo come una matta.
Ricordandone il lato più allegro e divertente.
E quanto gli piacesse questa stagione, il suo strampalato Irish coffee fatto col tea, il rincorrermi con la macchina fotografica.
Da ora in avanti non sarà più un baule di memorie.
Ma un bel mix photo collage da appendere alla parete…