Occhi blu, capelli neri

E’ la storia di un amore, il più grande e terrificante che a me sia stato concesso di scrivere.
Lo so. Lo si sa per sé soli.
Si tratta di un amore che non ha nome nei romanzi e non ha nome neppure per quelli che lo vivono.
Di un sentimento che in qualche modo non sembra avere ancora vocabolario, costumi, riti. Si tratta di un amore perduto.
Perduto, da perdizione.
Leggete il libro. In ogni caso, anche se gli siete ostili per principio, leggetelo. Non abbiamo niente da perdere, né io da voi, né voi da me.
Leggete tutto.
Leggete tutti gli intervalli che vi indico, quelli dei corridoi scenici che avvolgono la storia e la placano e ve ne liberano mentre li percorrete.
Continuate a leggere e, all’improvviso, è la storia che avrete attraversato, con le sue risa, la sua angoscia, i suoi deserti.
Sinceramente vostra, Duras

Questa è la prefazione dell’autrice.
E la mia recensione potrebbe tranquillamente concludersi qui.

Il romanzo ha come inizio un incontro, fortuito e fortunato: due solitudini che si incontrano. O, meglio, inciampano l’una nell’altra e si tengono vicendevolmente in piedi grazie al denaro

Era una sua idea che bisognasse pagare le donne perché impedissero agli uomini di morire, d’impazzire.
[…]
“in quel caffè, quando aveva parlato di quell’uomo che avete amato, dei suoi occhi, ecco, in quel preciso momento vi ho desiderata.”

E la quasi totalità delle pagine scorre dentro un’unica stanza.
Spoglia in modo quasi spettrale e costantemente illuminata, giorno e notte.
Ed in quest’idea di mondo che ascoltiamo i loro dialoghi, scarni quanto l’arredamento ma capaci di agitare ed inquietare qualunque lettore, distratto soltanto dallo sciabordio del mare che filtra dalle finestre.
Cosa si dicono?
Quali tormenti e quali gioie vanno a ripescare in questo stream of consciousness a due voci?
E sono davvero soli?
A tutte queste domande lascio che troviate soluzione con la lettura.
Perché mai come in questo caso sarebbe un sacrilegio: dovrete camminare da soli su un cornicione sottile, cercando di dimenticare quel che avete letto e senza farvi domande sulle pagine che ancora dovete voltare.
Tutto questo per potervi rendere conto del fatto che

Forse l’amore si può vivere così, in un modo spaventoso.
[…]
Perché non appena siete entrato in quel caffè nello stato in cui eravate, in quel dolore tranquillo, ricordate: avevate voglia di morire, a mia volta ho voluto morire in quel modo teatrale ed esteriore. Volevo morire con voi. Mi sono detta: mettere il mio corpo contro il suo corpo e aspettare la morte. Come certo immaginate, ho alle spalle un’educazione che avrebbe dovuto farmi credere che voi eravate un poco di buono e bisognava che io avessi paura di voi, ma voi piangevate, ho visto solo questo e sono rimasta. E’ stato al mattino, su quella strada statale, quando avete detto che volevate pagarmi, che vi ho guardato tutto. Ho visto gli abiti da clown e il khol blu intorno agli occhi.
Allora ho saputo che non mi ero sbagliata, che vi amavo perché, contrariamente a quello che mi avevano insegnato, non eravate né una canaglia né un assassino, eravate uscito dalla vita…

Un romanzo che ho trovato decisamente claustrofobico.
Così tanto che spesso è come se le parole ti bendassero, con la stessa striscia di seta nera usata dalla protagonista: spesso l’amore e la passione ci sconvolgono in un modo così penetrante da farci avvertire la necessità di chiuderci, mettere le mani avanti e proteggerci.
Perché, nonostante quello che tanti scrittori e tanti cantanti provano a comunicarci, è un sentimento sul quale arrampicarsi, non dove buttarsi a volo d’angelo.

Titolo: Occhi blu, capelli neri
Autore: Marguerite Duras
Ed: Feltrinelli, 136 pagine, 5,20 euro

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